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La linea sottile dell’ipocrisia: il caso della pillola dei "cinque giorni dopo"

Nelle scorse settimane si è tornato a parlare dell’eterna questione morale dei contraccettivi d’emergenza: la decisione di mettere in commercio anche in Italia la cosiddetta pillola dei 5 giorni dopo ha, com’era prevedibile, scatenato un putiferio. Sul web si sono rincorsi articoli ed interventi che hanno spesso assunto un tono da santa inquisizione, ma di che cosa si tratta veramente? Ella One, questo il nome del farmaco incriminato, è una pillola a base di unipristal acetato: agisce, solo se assunta entro 5 giorni al rapporto a rischio, come contraccettivo d’emergenza. Il principio attivo impedisce l’azione del progesterone, inibendo l’ovulazione e creando alterazioni nella parete uterina. Non si tratta di un farmaco abortivo, e per questo non è equiparabile alla RU-486; i sostenitori della tesi secondo la quale Ella One causerebbe l’aborto affermano che il fatto stesso che si renda necessario un test precoce di gravidanza prima dell’utilizzo della pillola sia indice delle sue capacità abortive. Tuttavia le motivazioni alla base di tale indicazione sono legate ai possibili effetti che il farmaco avrebbe sul feto in caso d’instaurata gravidanza: precauzioni che vengono prese anche rispetto a molti altri farmaci, nessuno dei quali a scopo abortivo. E allora quali sono le differenze rispetto alla normale pillola del giorno dopo? Semplice, il solo fatto che Ella One può essere efficace fino a 5 giorni dopo il rapporto, un dato di non poco conto in un paese come l’Italia dove trovare un medico che prescriva questo farmaco è una vera e propria

odissea. Tutto qui? Tutto qui e, mi viene da dire, proprio qui casca l’asino, perché in Italia si gioca ancora, con grande facilità, sulla pelle delle donne. Questioni politiche e morali, spesso legate al semplice “braccio di ferro nell’esercizio del potere”, finiscono per giocarsi sul campo di battaglia sbagliato. Nel nostro paese i temi della contraccezione sono veri e propri tabù e siamo attestati nelle ultime posizioni della classifica europea in ambito di sessualità consapevole. Secondo il rapporto dell’Osservatorio nazionale sulle abitudini sessuali e le scelte consapevoli il 53% delle donne italiane mostrerebbe una mancata volontà di uso dei contraccettivi, il 38% un’errata conoscenza ed utilizzo di tali metodi e solo lo 0,3% delle donne al di sotto dei 19 anni avrebbe una buona educazione sessuale. Non stupisce. A scuola, la nostra povera e martoriata scuola, le ore di educazione sessuale sono un “di più” spesso affidato non ad esperti, ma al buon cuore di qualche volonteroso professore di scienze e vengono realizzate, quando questo avviene, solo tardivamente. Una ragazza su 5 infatti ha già avuto rapporti sessuali prima dei 15 anni: l’ora di educazione sessuale in prima superiore è dunque spesso da considerarsi retroattiva.
I più giovani cercano informazioni sul web, incappando spesso in siti che affermano tutto ed il contrario di tutto. Se si vanno ad esaminare alcune delle domande poste su uno dei più importanti, e più utilizzati dai giovanissimi, motori di ricerca, Yahoo answer, alla voce “Salute della donna”, ci si potrà fare un’idea di quale confusione regni nella mente dei ragazzi sul tema sesso e contraccezione. Dal mito della pillola che “fa ingrassare” a quello dell’efficacia del coito interrotto. Dal corretto utilizzo del preservativo alla possibilità o meno di fare il bagno in mare durante il ciclo mestruale. Domande a cui dovrebbero essere date semplici e chiare risposte da persone competenti, ma questo non avviene. Perché? Le risposte possono essere tante, ma viene il dubbio che ancora sia viva nel nostro paese la mentalità secondo la quale il sesso è qualcosa di sporco e “sbagliato” quando non esercitato all’interno di un rapporto sancito. Il sesso si fa, ma non se ne deve parlare e tantomeno si deve rendere la vita “più facile” ai giovani dando loro informazioni corrette. Ovviamente i ragazzi, informati o meno, fanno sesso e spesso questo porta a situazioni di rischio che potrebbero essere facilmente arginate con un intervento educativo minimale. Si continua invece a pensare che l’ignoranza funga da deterrente. Un’altra questione appare chiara: la difficoltà nel ricevere aiuto anche qualora si voglia effettivamente agire in modo responsabile, il che vuol dire, in alcuni casi, anche non “fare finta di nulla” ma cercare di ricorrere alla contraccezione d’emergenza. Troppi ospedali rifiutano la prescrizione della pillola del giorno dopo ed i ritardi spesso rendono inefficace questo strumento costringendo, in alcuni casi, ad un successivo aborto. Anche qui si pensa che la non prescrizione funga da deterrente: “Hai voluto fare sesso e qualcosa è andato storto? Ora ne paghi le conseguenze. Dovevi agire in modo responsabile”. Ovviamente questo “pedaggio” è a solo appannaggio della donna, che si vede costretta a peregrinazioni, disagi e spesso mortificazioni. Che cosa si dovrebbe fare allora? Prima di tutto informare e farlo fin dalla più giovane età. E’ meglio insegnare l’uso del preservativo, accompagnare la figlia in consultorio per la prescrizione della pillola, del cerotto o dell’anello, educare al rispetto di se stessi e offrire una visione del sesso come qualcosa di bello e anche divertente, ma che va però praticato con la testa. E’ meglio, in caso di fallimento dei metodi contraccettivi, far sì che ogni ospedale prescriva la pillola del giorno dopo impedendo, in questo frangente, l’obiezione di coscienza che in questo caso rappresenta un vero e proprio assurdo (cosa diremmo se un medico non ci prescrivesse l’antibiotico per obiezione di coscienza?). E’ meglio avere un margine di tempo maggiore con la messa in commercio della pillola dei 5 giorni dopo. E’ meglio, in fondo, tenere più in considerazione la salute fisica e psichica delle donne e meno astratte e alquanto nebulose questioni morali.

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