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Intervistando Teresa Cannatà : You’ve got no...

Intervistando Teresa Cannatà : You’ve got no reason not to like her.

Ore otto e quarantacinque anti meridiane. Io e Corsageàcarreaux ci troviamo davanti al liceo Corradini di Thiene e attendiamo non senza un po’ d’agitazione -sarà il sonno, sarà la fame, saranno le stagioni- l’arrivo della nostra intervistata. Sto parlando di Teresa Cannatà, giovane docente di lingua inglese presso il suddetto istituto, collaboratrice del portale Vogue Italia, nonché ideatrice del progetto You’ve got no reason not to fight. Tra poco ne saprete di più, stay tuned.

Mentre aspettiamo fuori dall’edificio, un’orda di studenti con relativi prof al seguito ci pascola davanti per tornare a seguire le regolari lezioni in classe. Le nostre reazioni inizialmente sono differenti. Mi accorgo che Collegaàcarreaux sta ritrovando la sua spavalderia precedentemente persa nel sonno. La tradisce un’espressione fra il gioioso e il beota: ella sa infatti che non dovrà chinare la testa e seguire i compagni per subire le dure lezioni impartite dagli insegnanti. Ella potrà andarsene al bar. POTRA’ ANDARSENE AL BAR.
Dalla mia, invece, la reazione è mantenuta molto sul low profile, anzi, si sposta sul lower, e non appena scorgo i visi dei pastori di mandrie studentesche sento di dover ancora una volta abbassare la testa. Ehi? Perché niente rimproveri? Dove sono i checifailìfilainclasselaprossimaoratiinterrogo? Poi capisco. Eccola. L’espressione tra il gioioso e il beota mi ha raggiunta.
POTREMO ANDARE AL BAR.

Che poi, fa tanto alcolismo ultimo stadio messa così no? Invece no. Siamo solo in sollucchero per non aver più sedici anni, i brufoli (ehm ehm) e le regole che i sedici anni comportano. Non che da ultra ventenni la vita sia in discesa. Ma il primo scalino in salita almeno l’hai già fatto.

Tutto ciò avviene tra le otto e quarantacinque e le otto e quarantasette.
Teresa infatti ci raggiunge puntuale. Grazie a Dio; lo stream of consciousness da disadattate è stato placato.
Dicevamo. Teresa. O meglio, una maglietta dei Nirvana. Perché è esattamente questo il dettaglio su cui il nostro occhio si è fissato. Una sorridente professoressa con la t-shirt dei Nirvana (sfondo bianco e figura alata della copertina di In Utero), l’aria gentile e un’aura grunge che ci mette subito a nostro agio. Le titubanze iniziali decadono all’istante e mi trovo già a fantasticare sulla chiacchierata che stiamo per fare. Dopo esserci spostate in un bar (eh eh) non lontano, attacchiamo con le domande.


D: Bene. Cominciamo. Ti va di spiegarci chi sei e di cosa ti occupi?
R: Certamente. Sono Teresa, ho 37 anni e insegno inglese. Lo faccio da otto anni in varie scuole del vicentino; dico “varie” perché, naturalmente, [ride amara, N.d.A.] sono precaria quindi dove mi chiamano vado. È un lavoro che amo moltissimo infatti me lo sono SCELTO, nonostante ciò abbia implicato dover abbandonare le certezze della professione precedente (mi occupavo del comparto comunicazione per un’azienda di moda) per le incertezze del precariato. Mi sono formata presso l’università di lingue di Udine studiando inglese e russo anche se quest’ultimo, nonostante sia una lingua meravigliosa, non sono riuscita a portarlo avanti nell’insegnamento: in Veneto penso ci sian solo tre scuole che prevedano cattedre anche per il russo. Capite anche voi che non è l’investimento più adatto da fare. Anche se, a dirla tutta, INSEGNARE non è di per sé un investimento adatto.

D: Beh, questo significa che è la passione per il tuo mestiere che ti porta avanti. Ed è decisamente notevole di questi tempi potersi concedere il lusso di un lavoro che piaccia.
R: Questo sicuramente. Ho abbandonato l’azienda perché per me era diventato un po’ complicato. Dopo essermi licenziata, attorno ai 26/27 anni, supportata dai miei (vivevo ancora da loro) e fortunatamente senza gli impegni che implica una famiglia propria, mi sono reiscritta all’università di Venezia per la specialistica e una volta concluso, ho cominciato ad insegnare. Vi dico la verità, non vedevo l’ora di rimettermi sui libri. Mi è sempre piaciuto studiare. Difficile magari per i ritmi e per l’atteggiamento degli insegnanti che ti vedono e ti trattano comunque come una ventenne per il solo fatto d’essere “al di là” della cattedra

[Arrivano caffè,succo e il mio gelato. Ebbene? Il gelato alle nove del mattino è CORROBORANTE. Occhei lo ammetto, mi sto un po’ vergognando]

D: Come hai trovato l’ambiente scolastico vissuto “dall’altra parte”?
R: E’ composto per la maggior parte da donne e, cosa che non esisteva assolutamente all’interno dell’azienda dove lavoravo prima, è un ambiente dove per fortuna c’è ancora molta solidarietà. Forse proprio per il fatto che siamo ancora in forte percentuale donne, le problematiche specifiche della lavoratrice insegnante sono rispettate, condivise e le risoluzioni comuni non incontrano quasi mai resistenze od ostracismi.

D: Il lavoro sul femminismo ( You’ve got no reason not to fight ) che stai portando avanti è nato da specifiche esigenze personali od è piuttosto naturale conseguenza degli ultimi fatti d’attualità?
R: Ma guarda, è una cosa che in modi diversi è sempre stata presente. Ancora all’università avevo seguito un corso di letteratura sulle scrittrici inglesi del pre-vittorianesimo… alla Jane Austen per intendersi (sgrufoliamo per l’ennesimo campo comune). Al tempo però, si parla di metà anni Novanta, non mi interessava un granché. Era un argomento che non sentivo affatto vicino alle mie esperienze. Credo invece che molto sia cambiato quando sono diventata madre: cambi tu e cambia il tuo modo di rapportarti all’esterno. Inizi a notare le differenze rispetto al passato sia nel bene che nel male. Anche il modo di affrontare gli ostacoli cambia. Volendo essere sinceri però, una grande fetta di ispirazione è stata fornita dai fatti di attualità politica (qui partono dei condivisi “mugugni” di disgusto da me e da Collega): le cose mano a mano montano e un fatto si somma all’altro. Così ho iniziato a discuterne con le persone a me vicine. Anche con mia madre, che è un mio punto di riferimento. E… com’è possibile? Anzi. E’ POSSIBILE. Ma com’è possibile che nessuno si indigni?
Poi nel mondo dei blog (Teresa è attiva dal 2003, la trovate qui: http://superqueen.wordpress.com) è una cosa diversa. Le persone con le quali mantengo dei contatti fanno per lo più parte dell’ambiente della moda, quindi ho deciso di provare a porre loro quesiti sul femminismo e sull’attualità per cercare di capire come la faccenda è vissuta. E credete, la reazione è stata piuttosto sconcertante. Al contrario di come naturalmente si tenderebbe a pensare, l’argomento in questo ambiente è ancora considerato scomodo e spesso le risposte ai quesiti sono state dichiarazioni di estraneità ai fatti. Come se il caso non fosse il loro o comunque come questo non fosse da discutere in modo pubblico. Devo dire che tutto questo mi ha lasciato un po’ perplessa.

D: Delusa?
R: Sì. Trovo manchi consapevolezza, soprattutto da parte delle donne, di quale sia la situazione nella quale esse stesse sguazzano. Uno degli obiettivi del mio lavoro è infatti di SENSIBILIZZAZIONE.

D: Parlacene.
R: I casi di attualità esterni si sono trovati a collimare temporalmente con delle iniziative scolastiche interne. Ogni anno, infatti, verso gennaio viene istituito nella scuola un progetto chiamato Libera.menteovvero una settimana entro la quale, invece di svolgere le normali lezioni, noi docenti, gli studenti o anche dei collaboratori esterni, teniamo dei seminari su di un argomento stabilito assieme. Quest’anno era proprio “il rapporto fra femminile e maschile” l’argomento prescelto. Solitamente ho sempre cercato di evitare legami a scuole specifiche tramite progetti o attività che non fossero il semplice insegnamento standard. Il precariato mi rende una mina vagante e come forma di autoprotezione cerco di evitare di attaccarmi ad un posto. Quest’anno ho deciso di provare a seminare qualcosa, mi sono organizzata e… ed è stato bellissimo.

Il titolo del mio seminario era Seattle and Olympia: music and culture in the 90s: ho portato documentazioni riguardanti il movimento delle riot grrrls e della situazione fine Ottanta inizio Novanta delle donne di Olympia: bellissimo anche perchè, oltre alla condivisione e alla sensibilizzazione comune, ho potuto recuperare quello che ascoltavo quando ero ventenne quindi le Hole, Bikini Kill, L7, Babes In Toyland (e chi più ne ha, più ne metta) e che in realtà non ho mai smesso di ascoltare.
(a quel punto si ricorda di aver portato del materiale anche per noi; fruga nella borsa e un secondo dopo appoggia sul tavolo un paio di fotocopie. noi siamo tutte un “oooooh”).
Vi ho portato una copia del materiale che ho dato ai ragazzi: vedete, c’è una parte del Riot Grrrl Manifesto, il flyer di uno dei primi concerti delle Hole, qui un altro flyer di autodifesa distribuito dalle Riot Grrrls e per il resto testi di canzoni; le più simboliche, sì (sorride e sembra quasi imbarazzata).
(Leggiamo “Double dare ya” delle Bikini Kill, “Broomstick” delle L7, “Bluebell” delle Babes in Toyland e “Miss world” delle Hole. Nella pagina a fianco, Alice In Chains, Nirvana e Pearl Jam. Mettiamo in borsa soddisfatte.)

D: Com’è stata la risposta? C’è da fare un distinguo fra ragazzi e ragazze?
R: Sono stata felicissima: le adesioni sono andate in overbooking (Ridiamo. Ognuna porta il proprio termine musico-concertistico per dire che ”i biglietti per lo show sono finiti”).
In realtà era una cosa strutturata su due livelli: da una parte Seattle, quindi la musica “al maschile” e dall’altra, come vi dicevo, Olympia e le sue guerriere. I ragazzi erano più interessati. Anche se devo dire che mi sono accorta che conoscevano i gruppi maschili, mentre ignoravano quelli femminili. (I ragazzi??(Parentesi nella parentesi. Mi rendo conto di quale sia il livello del nostro coinvolgimento all’intervista solo una volta che riascolto la registrazione. Più o meno ogni minuto e mezzo, io e Collega esplodiamo in qualche verso che risulta quasi di spoiler . Per quanto cerchiamo di darci un contegno, rompiamo sempre i discorsi con qualche gridolino o commento partecipe). Ma torniamo a noi).

D: Perché, secondo te? Nel senso, mica si parla di sconosciute: Bikini Kill, L7… Le Hole se non altro potrebbero conoscerle perché potrebbero collegarle ai Nirvana; la teoria di Courtney come Yoko Ono…
R: In effetti conoscevano Courtney Love, forse avevano ascoltato qualche canzone. Il nome diceva loro qualcosa, ma niente più. Le Bikini Kill, le L7 zero. Per non parlare delle Babes In Toyland. Nah. Mi rendo conto che questi gruppi però hanno fatto un percorso diverso rispetto a quelli maschili. Mi spiego: sono gruppi che si sono autoneutralizzati, scegliendo di non rientrare nei riflettori dello show biz o dell’establishment discografico. Guardo anche a Kat Bjelland delle Babes In Toyland, con i suoi problemi di schizofrenia, che sì suona in altri gruppi, ma lontana da un certo mondo, ecco.
Ad ogni buon conto, sotto un certo punto di vista, vedo queste ultime generazioni di giovani uomini molto più aperte rispetto alle ragazze che, probabilmente perchè toccate direttamente, rimangono molto più sulla difensiva. Non hanno molti riferimenti che vengono dal passato. O forse ne hanno ma sono diversi da quelli che io ho proposto loro. Quando ho mostrato un video di Kat Bjelland sono rimaste sconvolte. Quindi comunque l’impatto c’è stato. Passano gli anni ma la carica eversiva è rimasta e continua ad arrivare.
(grufoliamo ancora felici)
Ovviamente non stiamo parlando delle icone di adesso. Dai progetti nati a tavolino non si può tirar fuori nulla della rabbia e del bisogno di esserci e fare musica che c’era allora.
Per me devo dire che comunque è stato un po’ difficile, perché per quanto partecipe con lo spirito medesimo dei miei vent’anni, ho dovuto proporre l’argomento in un modo più consono al mio attuale ruolo d’insegnante: il più organico e didattico possibile. Che comunque CONTINUO a fare riferimento a quegli anni (pausa).
Lo dico sempre, sono fuori dal mondo, non riuscirò mai ad uscire dagli anni 90. Ma che ci posso fare? Sono così.
(I GRUFOLAMENTI DIVENTANO FUSA)

D: Noti differenze, per esempio con gli Stati Uniti, nella scena musicale Riot o comunque nella musica, vista anche attraverso un’ottica di genere?
R: Negli States c’è sicuramente più consapevolezza. Le riot grrls esistono ancora, ovviamente sotto forme molto diverse rispetto a quelle degli anni 90, pero’ esistono. E spesso si collegano a movimenti di supporto per i diritti umani di LGBT. In Italia invece la parola “femminismo” ha una valenza negativa: è un concetto passatista che spesso rimanda all’idea della donna incazzata. Questo penso dipenda dall’assenza di un movimento organico.

D: Viene quindi vissuta come una cosa sessista, ma da parte della donna quindi?
R: Esattamente. È una percezione che è sempre stata un po’ presente nei movimenti femministi, anche degli anni Sessanta o Settanta, con la differenza che in Italia non si è mai sviluppata bensì si è cementificata e radicata nell’ideale comune, soprattutto quello femminile…

D: E nel mondo della moda (che tu conosci bene)? Qual è la percezione della donna?
R: E’ un discorso piuttosto complesso da fare. Per me, anche se di acchito puo’ suonare strano, l’objectification della donna nell’ambito della moda pare totalmente assente. Nel senso che anche le modelle… con tutti i discorsi che spesso emergono quale il peso, l’attenzione all’estetica etc. Beh. Le modelle fanno il loro lavoro. Si piegano a delle necessità lavorative che, anche se di diverso tipo, sono presenti in tutti i campi lavorativi. È uno scambio. Per le richieste che sono loro mosse vi è comunque un corrispettivo monetario. Sono affari. Sono soldi. Punto. Per quanto riguarda il messaggio che viene dato all’esterno, certo, ha un impatto, pero’ non lo vedrei così primario come elemento.
Le donne che lavorano nella moda invece si autoghettizzano. O fai parte di determinati canoni (potrebbe essere anche la donna in vestaglia eh, anche e soprattutto i canoni all’inverso valgono) o non sei nessuno. È chiaro che l’ambiente è comunque totalizzante. Come la figura della blogger professionista, non devi guardare in faccia a nessuno e devi dare al pubblico ciò che vuole. Se ti fai le foto in mezzo alla strada (nda, vedi Chiara Ferragni) per sponsorizzare brands e stili alla moda tu non poi decidere da un giorno all’altro di cambiarti i capelli. Perdi il tuo seguito perchè hai tolto al pubblico quello che voleva vedere. E io personalmente lo trovo terrificante. Diventa una compravendita: ottieni dei soldi per quello che fai e quello che sei. Ma io mi chiedo: COSA VENDI DI TE?

(La domanda rimane sospesa. Credo che il sapore sulla lingua di tutte e tre sia piuttosto amaro)

D: Ma il progetto è finito?
R: A scuola si è concluso con la settimana di Libera.mente, sì. Ma continua sul mio blog. Contatto delle donne, soprattutto straniere, e pongo loro una sorta di questionario di Proust che copre gli argomenti di cui abbiamo parlato: quindi soprattutto il femminismo e [ride, N.d.A] gli anni 90 [Occhei. Ridiamo anche noi], cercando di capire qual è la loro percezione al riguardo. Ho potuto trarre le mie conclusioni sia da chi non mi ha risposto, sia da chi mi ha risposto negandosi e sia da chi invece si è lasciata intervistare, capendo così quanto di esse stesse vogliono mostrare agli altri.

D: Hai qualche particolare “fiore all’occhiello” per quanto riguarda le intervistate? Qualche intervista che sei stata particolarmente fiera di ottenere?
R: Sono tutti fiori all’occhiello. Ma quella a cui sono forse più affezionata è quella ottenuta da Christina Kelly, l’ex famosissima giornalista di Sassy Magazine. Colei che fece la famosa intervista intitolata Ain’t love Grand? a Courtney Love e Kurt Cobain. Credo che abbia risposto alla mia richiesta anche per alcune similitudini fra la sua e la mia vita, dopo che le avevo spiegato un po’ chi ero e in che cosa consisteva il progetto che stavo portando avanti. Quando ho ricevuto la mail di risposta mi è esploso il cuore
(nemmeno a dirlo: grufoli’re in the air)

D: Ti va di raccontarci com’eri da adolescente, o comunque come hai vissuto i tuoi vent’anni? Come sai in redazione siamo tutte ragazze all’incirca di quest’età e ci incuriosisce parecchio la possibilità di confrontare le relative esperienze. Traumi giovanili rule.
R: Guarda, il mio periodo teenager è stato tragico. Ma è anche vero che io sempre stata molto indipendente, sia a livello mentale che di spostamenti. I miei se lo ricordano ancora: ai tempi organizzavo le mie trasferte qui e là e solamente a cose fatte glielo comunicavo. L’abbigliamento poi era un’altra chicca. Dio, se mi vestivo in modo atroce! Ricordo ancora, in prima o seconda liceo, i miei pantaloni rossi, con camicetta a fragole rosse e sopra (non paga) maglione a righe bianche e rosse, più spille di ogni genere. Terribile, eh, ma a me piaceva tanto.

Pochi istanti di silenzio in cui ci limitiamo ad annuire, ripensando alle nostre rispettive e discutibili “mises” dei tempi del liceo (e talvolta mantenute con orgoglio(ehm ehm)).

D: E che ci dici dei capelli? Il punto in questione ci tocca sul vivo, così ci chiniamo entrambe sul tavolo, bramose di racconti su tagli di capelli ai limiti dello skinhead e di tinte d’ogni sorta.
R: No, ma li ho sempre avuti lunghi al liceo [NOOOOO, N.d.A.]. La vera svolta è avvenuta all’Università: allora me li tingevo di blu (Ah, ecco!!) perché il mio modello dei tempi era D’arcy Wretzky, la bassista degli Smashing Pumpkins.
Al liceo, per riprendere il discorso di prima, ero capitata in una classe di Superdonne con le quali sentivo di non avere nulla a che fare, fondamentalmente.. Non avevo troppi amici, ma non me ne importava nulla. Stavo bene per conto mio, con le mie passioni e tutto il resto. Ogni tanto capitava che andassi al cinema con mio padre, ma vabbè…

D: Tranquilla, questo succede anche a noi. Poi insomma è stato con lo spostamento ad Udine per l’Università che le cose sono cambiate?
R: L’Università è stata un’esplosione di vita: lì ho conosciuto persone che mi hanno dato tantissimo e per la prima volta sentivo di aver trovato la giusta dimensione. C’era un mio amico che allora mi suggeriva dischi da ascoltare… e lo fa tuttora [sorride, N.d.A.]. L’università è stato il punto d’inizio,sì. Lontana da casa, con tutte le responsabilità e libertà che ciò comportava. È anche vero che ad Udine non c’era tutta questa vita universitaria; noi si studiava tanto e non si usciva troppo spesso. Ma è stata comunque la svolta: lì si stava amplificando tutto. I miei si allarmarono un po’ vedendomi cambiare, ma poi gli è stato chiaro che stavo semplicemente facendo le esperienze che anni prima mi eran state in qualche modo precluse.

Facendo un incredibile salto temporale, ci ritroviamo a parlare dell’oggi e della sua famiglia: del marito, ma soprattutto della figlia, Bianca.

R: Mia figlia ora ha tre anni e va all’asilo. I suoi amichetti mi adorano (ride, N.d.A.)! Ovviamente in quanto madre mi confronto spesso con le altre genitrici che vengono a portare i loro figli piccoli nella scuola, ed una cosa che ho notato è che, per come mi vesto, o comunque per come mi presento, i piccoletti escono pazzi. Mi piacciono molto gli Iron Maiden e quando indosso una delle loro magliette, sapete no, coi disegni e tutto il resto, i bambini si incuriosiscono un sacco e mi chiedono “Cos’è quello? Cos’è quell’altro?” ed io “Ehm, è il teschio, è lo scheletro…”. Un successone, guardate.

D: (Ridiamo tutte, nda) Probabilmente tua figlia t’adorerà e quando sarà adolescente…
R: Ah, mia figlia è una pazza. Già adesso vedo che ha un caratterino tutto suo. Non so, probabilmente rinnegherà tutto questo, quando sarà più grande.

D: Forse all’inizio, può essere. Ma non è da escludere che poi inizi a recuperare il tempo perduto. Una madre così non capita tutti i giorni.
R: Speriamo. Già le lascio un’eredità tutta particolare. L’ho chiamata Bianca, come Bianca Jagger che adoro. Quando mi chiedono come mai l’ho chiamata così… eh… Sì, lei è un tipetto tutto particolare comunque. L’unione dovuta dei due caratteri, mio e di mio marito.

D: Ci stavamo giusto chiedendo, alla luce di tutta questa conversazione, lui che tipo fosse.
R: Il mio opposto [ride, N.d.A.]. È un ingegnere informatico, siamo molto diversi. Ancora pensa che sia pazza; non gli piacciono i tatuaggi e io già ne ho due (più altri in cantiere)… parliamone.

Dopo averci mostrato i due tatuaggi, uno dietro il collo e l’altro sul polpaccio, cambia tono e ci svela uno dei suoi timori più grandi.

R: Ci vuole criterio nelle cose, non che non me ne sia resa conto. Spero solo con l’età di non diventare una patetica “super giovane”, una di quelle intrappolate nella mentalità (e nelle vesti) della ventenne. Che poi io mi son sempre vestita da vecchia, quindi c’è da fare un distinguo. Anche i miei alunni l’hanno capito: forse prima pensavano volessi “fare la simpatica” presentandomi in questo modo, mentre poi col tempo hanno capito che io sono così e basta. E per quanto magari al liceo abbia provato ad essere altro, la mia natura ha sempre avuto la meglio.

Controlla il telefono. Il tempo a nostra disposizione purtroppo è terminato: deve tornare a scuola dai suoi giovani alunni.

Chissà, forse all’orda di studenti citata in apertura non va così male il ritorno in classe… Che sia il caso di rivedere l’impostazione gioioso-beota e sostituirla con una smorfia di nostalgico ripensamento per dei tempi del liceo che potrebbero non essere così terribili?

To sum up:
Il mio commento sarà breve e credo che Corsageàcarreaux potrà convenire con me. Al di là di tutte le cose interessantissime che Teresa ha detto, al di là di tutte le cose che sta facendo, al di là di tutti i gruppi musicali che ci ha suggerito… insomma, al di là di tutto, quello che con più forza ci è arrivato è quanto, alle volte, essere un po’ stonati col contesto, un po’ diversi nei gusti, un po’ più semplicemente noi stessi, possa essere Bello. Perché l’autenticità è un pregio troppo grande e immenso per essere trascurato o sprecato o deprecato. Be yourself e tanti saluti. Cara Teresa, ci sei piaciuta!


  1. Margherita Ferrari

    14 Maggio

  2. Superqueen

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  3. corsageacarreaux

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  5. Giulio

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  6. […] questionary comes from Valeria, one of the founders of the site: I met her in 2011 (when she interviewed me) and she immediately struck me with her kindness, her interest in my story (I’m such a boring […]

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