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I cosmetici per bambine marchiati Walmart (o: un’ode alle distruttrici di mondi)


Quando torni a casa dall’università con la testa che ti esplode e ad accoglierti a braccia aperte su Google Reader è un post nel quale si segnala che Walmart sta lanciando una linea di 69 prodotti cosmetici e anti-età per bambine dagli 8 ai 12 anni, credo sia lecito domandarsi: “Sono sveglia o sto forse dormendo?”.

Sfortunatamente per noi esseri umani, questa notizia non è un semplice incubo destinato a dissolversi nel corso della giornata. La linea in questione si chiama Geo Girl e presto sarà disponibile negli store di Walmart, con tanto di packing “eco-friendly” e grande sfoggio di presunti “ingredienti naturali” (qui trovate informazioni che suggerirebbero il contrario).

Giustamente si sono già levate alcune voci contro quest’iniziativa che, oltre a suonare un tantino ridicola, contribuisce a rinsaldare un modello che certo non giova alle bambine stesse. Quest’ultime vengono precocentemente bollate come consumatrici, la cui responsabilità è quella di apparire gradevoli e di tardare il più a lungo possibile la comparsa del tanto temuto decadimento fisico (sì, perché evidentemente basta qualche segno sulla pelle per fare di te una “megera” le cui zampe di gallina sono un chiaro segno di mancanza di autostima e pulizia).
Di fronte a tali ridicolaggini cosmetiche, non ho potuto fare a meno di provare svariate forme di sconcerto, poiché una era decisamente troppo poco.
In primo luogo ho ripensato alle mie compagne di classe delle medie e delle superiori che, a forza di stuccarsi la faccia con tonnellate di cremine anti-acne piene di derivati del petrolio e fondotinta di dubbia provenienza, si trovano oggi con il viso rovinato, costrette in un circolo vizioso cosmetico. Fondotinta, ciprie e terre varie vanno a ricoprire pelli seccate e segnate da quegli stessi prodotti industriali, usati fin dalla comparsa dei primi brufoli, con la scusa di apparire presentabili, e finendo invece per soffocare la propria faccia, aggravando la situazione. La prospettiva di vedere bambine di otto anni che si sottopongono agli stessi trattamenti non è certo allettante.
Mi piacerebbe poter guardare a queste geniali trovate delle multinazionali della “cura del corpo” come a casi isolati e surreali, ma sfortunatamente esse si inseriscono senza sforzo alcuno all’interno di un modello di femminilità unico e univoco, che il comune cittadino può avere difficoltà a smentire, dato che esso è propagandato a destra e manca dai mass media. Le bambine sono caldamente invitate ad uniformarvisi, a dedicare particolare attenzione al loro aspetto fisico (cosa che invece non viene richiesta ai bambini) e a mettere a tacere la piccola “distruttrice di mondi” che vive in loro.
Dico “distruttrici di mondi“, mescolando gli scritti di due dei miei sociologi preferiti (Erving Goffman e Harold Garfinkel), poiché è tipico dei bambini mettere in crisi il mondo di regole non scritte degli adulti, ad esempio con il gioco dei perché (e i suoi inevitabili loop fatti di risposte che non sappiamo dare) o scatenando l’imbarazzo diffuso dei più agé con uscite giudicate tanto spontanee quanto infelici.
Il fatto stesso che i prodotti Geo Girl siano stati concepiti conferma l’impressione che le bambine stiano venendo progressivamente private del loro diritto ad essere distruttrici di mondi, a non essere sempre e comunque “carine”, “disponibili” e “aggrazziate”. Certo, ci sono bambine (e bambini) che giocano a truccarsi con la massima serenità, ma non dobbiamo dimenticare che la strada per la moltiplicazione dei modelli di femminilità (nei quali possano identificarsi anche le persone che hanno interessi e desideri diversi) è ancora lunga.


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