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Home is where your shoes are: Chalayan, Jodorowsky...

Home is where your shoes are: Chalayan, Jodorowsky e Dorothy dal Kansas

Nella headline: Hussein Chalayan fotografato da Irving Penn.

AVVISO: se non sopportate i sentimentalismi da strapazzo, saltate pure il primo paragrafo e iniziate direttamente dal secondo.

La casa: il rifugio, le radici, la base, ma anche il punto di partenza, il vecchio che ci si lascia dietro, i piccoli e grandi aneddoti quotidiani scambiati per il nuovo, l’ignoto, la scommessa dell’altrove. Se per alcuni la casa rappresenta un riparo, un filtro attraverso il quale proteggersi dall’esterno, per altri è invece una tappa da cui passare, o una meta agognata, o un luogo al quale voltare le spalle con un biglietto di sola andata. Penso a coloro che emigrano, per scelta o mancanza di. Penso a me stessa, un’emigrante, figlia di un’emigrante, nipote e pronipote di emigranti, di persone che hanno “fatto fagotto” alla ricerca di qualcosa di meglio. Sono diversi i motivi, come è diverso il legame che ci unisce alla casa (intesa sia come famiglia d’origine che come patria, anzi Patria); un’Italia tanto idealizzata e rimpianta quanto osservata a distanza, dall’altra parte di un oceano – e forse solo quando si è lontani per così tanto tempo si può arrivare a tali vette di amore per il proprio paese.

Perdonate il volo lirico: sono in partenza per l’Italia, un’Italia che riconosco sempre di meno e mi delude sempre di più. Ma questo sproloquio sul cosiddetto “dramma dell’emigrante” mi sembrava necessario per introdurre uno stilista, ed in particolare una collezione, che a mio parere ha saputo rappresentare più di ogni altro la condizione dell’emigrante, quel salto nel vuoto che cerchiamo di attutire portandoci dietro un bagaglio ingombro di vestiti e oggetti e parole e ricordi: ladies and gentlemen, Mister Hussein Chalayan.

Di origine turco-cipriota, trapiantato in Inghilterra dall’età di otto anni, nel 1993 si laurea in Fashion Design alla Central Saint Martin’s di Londra, una scuola che nel mondo dell’arte e della moda non ha bisogno di presentazioni.
Designer e cineasta, il tema del viaggio (si tratti di viaggio aereo, spaziale, temporale) è uno dei più ricorrenti nelle sue collezioni. Fra le più significative è a mio avviso Afterwords, creata per l’autunno/inverno del 2000, di cui potete vedere un estratto qui.

 

Mobili-vestito, vestiti-mobile: sedie, tavoli e poltrone, scomposti e sfoderati, diventano abiti. Nonostante la portabilità (1) di alcuni di questi capi sia pressoché nulla – sfido chiunque ad andarsene in giro con una gonna di legno – non si può negare che ci sia una certa meraviglia nel vedere questi pezzi d’arredamento, al cui aspetto si finisce per abituarsi, prendere una nuova vita e una dimensione diversa.

Chalayan dice di essersi ispirato alle grandi migrazioni di massa, ai traslochi di intere famiglie, agli espedienti per portarsi dietro anche le cose più ingombranti, testimoni di vite precedenti, fra un baule e l’altro, fra ricordi e tavolini da caffè (2).

Sicuramente Chalayan attinge dall’immaginario collettivo quando parla di esodo: credo che per molti la parola evochi immagini di bagagli legati alla bell’e meglio, valigie di cartone, svariati oggetti che divengono quasi comici per quanto sono fuori luogo in quella situazione. Bagagli e scatoloni e schiere di persone in cammino, in marcia, in fuga.

A mio avviso, e forse quasi inconsapevolmente, Chalayan utilizza i mobili per esasperare un messaggio e rivelarci qualcosa su di noi, sui nostri abiti, sulla casa par excellence: la pelle, i vestiti, quel guscio che ci costruiamo e che lasciamo parli di noi all’esterno, un riparo forse anche più sicuro delle mura domestiche. È un’ovvietà, ma quanta influenza hanno i nostri vestiti, quello che scegliamo o “scegliamo di non scegliere” di indossare, sugli altri e su di noi? Quanto possono farci sentire a posto o a disagio, camuffare o svelare, quella maglia, quel trucco, quelle scarpe? Credo sia questo il senso ultimo di Afterwords: mobili diventano vestiti, certo, ma anche vestiti che diventano casa, crisalide, comfort zone, spie rivelatrici di cambiamenti.

Ed io, da emigrante, dopo tutti questi anni di viaggi ed espatri, mi sento di dire che la mia casa sono i miei vestiti, la mia valigia zeppa di maglioni neri e magliette a righe e sciarpe e collane e scarpe basse. Home is where my suitcase is; oppure, citando Jodorowsky, la mia casa sono le mie scarpe (3). Ora che ci penso, ho sempre desiderato avere un paio di scarpe come quelle di Dorothy del Mago di Oz, una casa rosso rubino che mi accompagni sempre, mentre cerco di destreggiarmi con l’ennesimo check-in.

Se volete saperne di più:

Su Hussein Chalayan: http://en.wikipedia.org/wiki/Hussein_Chalayan

Il video intero della sfilata (link). Le foto degli outfit (altro link).

(1)Lo so, è una delle parole più sciocche e “io sono una fashion victim” che ci siano, ma in questo contesto non sono riuscita ad evitarla!

(2)Suzi Menkes, Hussein Chalayan: Cultural Dialogueshttp://www.nytimes.com/2005/04/18/style/18iht-fhuss.html?pagewanted=all

(3)http://www.brightlightsfilm.com/61/ 61jodorowskyiv.php


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