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Ho fatto le elementari del libro “Cuore̶...

Ho fatto le elementari del libro “Cuore”: vizi capitali e merendine

Vi era mancata questa rubrica vero? Bene, dopo mesi di silenzio riapro il vaso di Pandora dei miei traumi scolastici infantili solo per voialtri, con una puntata interamente dedicata ad uno dei 7 vizi capitali: Gola.

Nella mia scuola, oltre alle normali restrizioni (e alle anormali già menzionate nei precedenti resoconti) vigevano ferree regole per quanto riguardava l’alimentazione. Si mangiava rigorosamente all’intervallo e in mensa. Fin qui nulla di anomalo, il punto però era che se per tua sventura ti veniva il mal di gola, erano proibite anche le caramelle per la tosse o le classiche caramelle al miele. Divieto assoluto d’ingestione al di fuori degli orari specificati, perché in quel caso non era bisogno o fame, ma golosità e dunque vizio. Anche se avevi la gola in fiamme non c’era ragione di mangiare una caramella al miele: il mal di gola tempra, il dolore tempra, te lo tieni. Ovviamente la maestra non era così coraggiosa da presentare queste sue teorie di fronte ai genitori e così mia mamma, un giorno che ero stata colpita dal morbo orofaringeo, mi accompagnò a scuola lasciando in dote alla sopracitata maestra un sacchetto di caramelle che mi potessero essere elargite alla bisogna nel corso della giornata.

Chiaramente la maestra le prese e disse a mia mamma che non c’era problema, ma non appena arrivati in classe le chiuse nell’armadio e, ricordo distintamente, me ne diede soltanto una il primo giorno quando le mie lamentele avevano raggiunto il livello di guardia oltre il quale sarebbe stata fomentata una sommossa in aula. Altra questione era quella del gioco dello “scambio merende” all’intervallo. Per educare noi giovani fanciulli al dono, era stato deciso che un giorno alla settimana ci dovessimo scambiare le merende: io ti do la mia e tu la tua e così via. Il punto è che il 90% dei bambini, in tale occasione, arrivava a scuola con merendine che difficilmente avrebbero potuto essere definite tali e quindi ti trovavi a scambiare la tua crostatina al cioccolato con un pacchetto di crackers integrali o dei grissini torinesi. Prima di imparare a “farmi furba” anch’io, ricordo che ci rimasi male un quantitativo indecoroso di volte a vedermi sfumare fra le mani la possibilità di mangiare qualcosa di buonissimo in cambio della tristezza assoluta. Senza contare che questa pratica barbara non teneva in considerazione alcuna i gusti dei bambini e quindi se ti capitava la banana, e a te faceva proprio schifo, te la dovevi pappare lo stesso.

Last but not least veniva il pranzo in mensa, durante il quale dovevi mangiare tutto quello che ti veniva messo nel piatto. Concordo sull’educazione al non sprecare il cibo, ma la regola valeva anche qualora tu avessi palesemente rifiutato qualcosa (perché non avevi fame, perché ti faceva orrore) e ti era stato ficcato nel piatto a viva forza. Questo nel tempo mi ha insegnato le tattiche più astute per celare le polpette nei tovaglioli, la pasta avanzata nelle intercapedini dei termosifoni e via dicendo. Fa orrore lo so, ma per spirito di sopravvivenza si fa questo e altro. Anche alle medie vigeva la stessa regola, ma a quel punto eravamo abbastanza grandi per imporre il nostro no e per sgattaiolare di nascosto alla macchinetta delle bibite dei professori e prendere di nascosto una Coca Cola ghiacciata (rimasta negli anni, ahimè, simbolo di libidine, di turpitudine e di vizio supremo).


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  1. to.sca

    10 Novembre

    Purtroppo mi ci riconosco. Per noi, passare il tempo in sala mensa (le suore si ostinavano a chiamarla lugubremente con una parola a noi sconosciuta, refettorio) significava perdere gran parte della ricreazione. Si poteva infatti uscire a giocare solamente dopo aver consumato l’intero pasto, quando si aveva finito di mangiare tutto quello che c’era sul piatto. C’era chi mangiava tutto e in fretta, e usciva per primo. Chi invece rimaneva a contemplare il piatto che aveva davanti, era costretto a starsene seduto fino al suono della campanella che segnalava la fine della ricreazione. Per ovviare all’inconveniente, mi ricordo che qualcuno si organizzò con un apposito sacchettino di plastica incollato con dello scotch all’interno di una delle tasche dei pantaloni. Un’idea geniale che in breve tempo fu copiata da molti.

  2. Luciana

    10 Novembre

    Giusto cielo ragazze! Io ho fatto le elementari negli anni sessanta (’60, ribadisco) con maestra veneta democristiana d’ordinanza ma non ho vissuto simili abominii. Anzi, a religione avevo persino il prete operaio, che le mamme erano tutte eccitate!

  3. Simone B.

    10 Novembre

    Queste cose le ho subite solo all’asilo. Suore, naturalmente.

    A parte il fatto che dubito le caramelle abbiano davvero un effeto sulla tosse, la cosa delle merendine è terribile.
    E se uno aveva un’allergia? Se uno aveva dimenticato la merenda?
    Sarebbe da fare uno studio.

  4. Margherita Ferrari

    10 Novembre

    non a caso i collegi religiosi secondo diversi autori (es. goffman <3) sono considerati istituzioni totali. sembra che anche ai tempi nostri e presso scuole che non sono collegi (per fortuna) siano riscontrabili meccanismi simili. almeno a giudicare dalla mole di testimonianze che emergono ogni volta che ci trova a discutere di istituti scolastici religiosi....

  5. Caterina Bonetti

    10 Novembre

    Si, ci sarebbe da fare un libro-raccolta con le testimonianze più salienti. Sarebbe anche terapeutico…

  6. Simone B.

    10 Novembre

    Io con l’asilo avevo il veto per i treienni di farsela addosso, pena la punizione (aka stai seduto a guardare gli altri giocare).

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