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Ho fatto le elementari del libro "Cuore"...

Ho fatto le elementari del libro "Cuore", VI puntata.

 

Di grembiuli, d’indecenti minigonne per bambine di 8 anni e di altre amenità.

Quando mi sono iscritta in prima elementare, insieme alla cartella, al diario, ad astucci e quaderni vari, ci hanno fatto comprare anche il grembiule bianco.

Un ottimo modo per rendere i bambini tutti uguali ed impedirgli di focalizzare l’attenzione su cose vacue come la felpa firmata o i pantaloni alla moda; peccato che poi però c’erano gli zaini, le scarpe, la macchina con cui mamma e papà ti venivano a prendere, la bicicletta, il giocattolo e via discorrendo, a ricordarti la tua precisa collocazione sociale. E meno male direi, perché così ci si fa gli anticorpi per tempo, perché se poi arrivi nel crudele mondo delle medie con l’utopica convinzione che “siamo tutti uguali”, finisce che ti scontri, nel modo più crudele possibile (quello delle cattiverie che solo i dodicenni-tredicenni possono dire e fare) con l’amara realtà.
Non siamo tutti uguali e dio ce ne scampi: i bambini hanno mille modi per ricordarselo continuamente l’un l’altro.
“La mia mamma mi ha comprato il camper di Barbie”
“Beh…la mia mi ha comprato la villa con piscina e stalla per il bianco destriero”
“…” silenzio e amarezza.
Insomma, il grembiule è stata una pessima idea, maturata con i migliori intenti, ma comunque pessima. Ogni mattina era uno strazio infilarselo sopra i vestiti, abbottonarlo per bene, controllare di non macchiarlo nel giro di pochi secondi (ma perché poi proprio bianco dico io?!), evitare di soffocare perché il colletto stringeva troppo. E poi anche i grembiuli erano diversi: tutti bianchi si, ma alcuni col colletto di pizzo, altri con le alette inamidate, altri con un ricamino tono su tono a motivi floreali. Altro che tutti uguali!
L’unico effetto che sortivano era quello di far imbufalire chi, come me, si sarebbe vestito volentieri da clown, abbinando in modo assurdo colori sgargianti in grado di provocare lesioni oculari ai malcapitati astanti. Desideravo ardentemente sfoggiare inguardabili felpe gialle con delfini blu sopra, magliette con il mio nome e sotto un gatto, pantaloni della tuta in acetato: il buon gusto non è mai stato il mio pezzo forte. Trovavo mortificante questa omologazione e, se non ero ancora in grado di portare avanti una critica strutturata al concetto di uniformità, provavo lo stesso una repulsione istintiva per quella divisa.
Ma con l’avvento della terza elementare ed il pensionamento dell’odiato grembiule, scoprii che non era affatto il peggiore dei mali: il vero male era la moralizzazione dell’abbigliamento fanciullesco.
Un giorno mia madre decise (che idea insana!) di mandarmi a scuola vestita con un maglioncino a righe stretto, una minigonna di tuta arancione, calze pesanti verdi. Come ormai avrete capito dai miei post precedenti, non ero la tipica bambina composta e tranquilla: arrivata in classe mi misi al posto seduta, come mio solito, un pò stravaccata, gambe rigorosamente aperte.
Il commento della maestra non si fece attendere e gridò alla scostumatezza. Come si faceva a vestire in quel modo una bambina che poi non sapeva comportarsi adeguatamente? La minigonna non era certo un capo di vestiario appropriato ad una classe scolastica! Ora, al di là di specifici casi davvero patologici, mi chiedo chi potrebbe, davanti a una bambina di otto anni in minigonna, per giunta molto “maschiaccio”, provare qualcosa di diverso da un moto di divertimento. Potevo essere tenera, buffa, comica, ma di sicuro non provocante o scostumata. A ripensarci oggi mi viene da ridere, ma al tempo avevo preso la questione molto seriamente e non avevo più voluto indossare quella gonna per andare a scuola, pur di evitare un’ulteriore mortificazione.
Per non ricadere nello sconforto post traumatico, aggiungo la postilla “altre amenità” a chiusa di questa “favolosa” puntata di Ho fatto le elementari del libro “Cuore”: esempi morali che traumatizzano i bambini.
Alcuni anni fa una mia compagna di scuola e cara amica mi disse che stava allestendo uno spettacolo, con i ragazzi della sua parrocchia, su una beata che aveva sacrificato la sua vita per non abortire il figlio che portava in grembo. Immediatamente mi scattò un flash in mente: quella donna la conoscevo bene e non per le lezioni di catechismo o per qualche informazione casuale pervenutami negli anni: era stata uno degli exempla di virtù presentati dalla mia maestra durante le scuole elementari. Gianna Beretta Molla, una donna non comune, pediatra, madre di tre figli, impegnata profondamente nella vita della comunità cattolica in cui viveva.

Durante la sua quarta gravidanza le riscontrano un fibroma all’utero e, pur sapendo che per evitare l’aborto avrebbe sacrificato la sua vita, decise lo stesso di portarla a termine. Morì pochi giorni dopo il parto, lasciando il marito e i quattro figli.
Ho ancora memoria del giorno in cui la sua vicenda ci venne raccontata dalla maestra e ricordo distintamente quello che, da bambina di seconda o terza elementare, pensai del fatto: era una cosa terribile. Una mamma aveva “abbandonato” deliberatamente i tre bambini che già aveva, li aveva privati della sua presenza in nome di qualcosa che, a me, al momento sfuggiva: una promessa di vita. A posteriori posso anche pensare che questa donna abbia fatto la scelta che in cuor suo riteneva più giusta, ma da qui a renderla un esempio da proporre a bambini che a malapena capiscono il senso della loro di esistenza ce ne passa. L’angoscia mi rimase addosso per giorni al pensiero di quello che potevano aver provato i figli rimasti, al pensiero del rancore che dovevano aver maturato per quella sorellina per la quale erano stati privati della madre. Queste cose mi sono servite, alla fine, per maturare una coscienza critica, per scrivere questo post, per dare il mio contributo di “flash back” alla mia amica ma, diciamocelo, si poteva tranquillamente evitare.

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  1. Elisa

    27 Maggio

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