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Ho fatto le elementari del libro Cuore, III puntata.

Episodio monografico sui lavoretti natalizi, con breve excursus sui fioretti da colorare.

Un’altra delle iatture del periodo pre natalizio (come di quello pre pasquale) erano i lavoretti natalizi. A partire da metà novembre, un’ora alla settimana era dedicata all’ideazione e realizzazione dei pregevoli manufatti da recare in dono ai genitori in occasione del santo Natale. Nulla di particolarmente sconvolgente in tutto questo, non fosse altro che la mia maestra assolveva questo compito “creativo” con lo stesso entusiasmo con cui una persona si reca a farsi togliere i denti del giudizio: che la cosa sia il più possibile rapida, pulita e precisa. Normalmente il lavoretto era a tematica sacra: piccolo presepe in polistirolo e materiali di riciclo, stella cometa porta candela, angioletto con aureola in porporina. Ovviamente tutto uguale e standardizzato senza possibilità di modifiche creative, nemmeno di piccola portata. Io non ero una bambina particolarmente propensa a dedicarsi ad attività pseudocreative che di creativo non avevano nulla: o si permetteva di dare un “tocco personale” alla mia creazione, o diventavo poco collaborativa. Già alla scuola materna ricordo un piccolo scontro sulla realizzazione di un murales da titolo “La mia casa” nel quale, con una propensione per l’horror vacui, volevo continuare ad aggiungere particolari mentre le maestre mi intimavano di finire colorando semplicemente lo sfondo di blu. Date queste premesse era praticamente impossibile che io riuscissi a compiere il mio dovere artigianale secondo il criterio di bravura della mia maestra. Bisogna poi aggiungere che nei lavori di precisione ero una frana totale: colorare perfettamente nei bordi e senza ripassare, stendere la tempera in modo omogeneo, ritagliare secondo i contorni e non a zig zag, disegnare qualcosa di anche vagamente decente erano capacità delle quali madre natura non mi aveva fornito di default. Il fallimento era dietro l’angolo. Per questa ragione, anno dopo anno, venni affiancata dalla migliore della classe nella realizzazione del mio manufatto di pregio: indi… quasi mai il mio lavoretto era davvero mio. Teoricamente il senso di un lavoretto dovrebbe essere quello di donare ai genitori qualcosa di fatto a mano e con il cuore dall’alunno. Nulla di più lontano dal vero. La mia stella portacandela aveva i bordi decorati dalla maestra, il mio presepe madonna, bambinello e san Giuseppe incollati dalla migliore della classe, lasciamo perdere la lunga sequela di galline pasquali. Tutto doveva essere bello, ordinato e standardizzato. Abbandonando per un istante la struggente amarezza di questo flash back vorrei soffermarmi su un’ulteriore pratica rituale, questa volta pre pasquale: il rito dei fioretti da colorare alla madonna.
All’inizio della quaresima venivamo tutti dotati di un pieghevole sul quale erano stampati dei fiori, grandi, medi e piccoli, da colorare. Ogni fiore era un fioretto alla madonna: non mangiare le caramelle per una settimana era un fiore grosso, non vedere la televisione un giorno un fiore piccolo. Ovviamente nessuno poteva farsi garante dell’onestà della colorazione dei vegetali, ma esisteva un sistema di fiducia che faceva si che i fiori colorati dalle bambine “brave” fossero sicuramente veritieri e quelli delle bambine meno brave fasulli. Se coloravo un fiore grosso mi si chiedeva subito e con sospetto a che cosa corrispondesse. Il più della volta non veniva considerato un fioretto valido, anche se rare volte ricevevo l’assenso, se si trattava di un fiorellino piccino picciò.
La domanda di fondo però non è “ma perché tanta mancanza di fiducia?” bensì “quale forma di sadismo porta una persona ad imporre a dei bambini delle elementari rinunce autoreferenziali? Che beneficio viene al mondo se un bimbo non mangia le caramelle per una settimana?”. Alla base di questa pedagogia stava non tanto l’educazione per convincimento degli alunni, ma il desiderio spasmodico di accettazione e stima per ottenere la quale si sarebbe fatto di tutto, davvero di tutto. Essendo io un caso patologico sono arrivata a fare cose impensate, davvero stravaganti per una bambina di quarta elementare. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

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