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Good Porn. La parola ad Erika Lust.

Fino a non molto tempo fa la cosa chiamata “pensiero femminista” mi faceva una certa paura. A turbarmi erano soprattutto la complessità e la mole di ciò che quest’espressione racchiude. Leggevo di una second e di una third wave, di decine di testi che avrei dovuto conoscere per cominciare a capirci qualcosa. Poi, poco per volta, il quadro ha assunto forma; è divenuto, almeno in parte, limpido. Nel frattempo in Italia imperversavano dibattiti sul corpo delle donne, sullo stato dell’occupazione femminile e via dicendo. Le piazze si riempivano. In televisione era di moda – e lo è stato per pochissimo – disquisire di femminismo: esiste ancora? Ha ancora senso? È vero che vogliono sconfiggere il patriarcato evirando tutti gli uomini?
Donne di destra e di sinistra dibattevano di fronte ai miei occhi. Alcune di esse si consideravano femministe; lo dichiaravano con schiettezza. Altre, invece, sostenevano che il movimento femminista avesse ottenuto quanto auspicato decenni or sono e che la sua missione fosse compiuta.
Le discussioni televisive che seguivo finivano sempre per lasciarmi perplessa. La mia fronte solcata da lieve sgomento era tale non tanto a causa delle sparate della Prestigiacomo di turno, quanto in virtù di ciò che alcune delle donne autodefinitesi femministe andavano propagandando.
Il fatto che ci fosse di mezzo la questione “escort e politici marpioni” non aiutava, poiché capitava spesso che il discorso prendesse una piega vagamente oscurantista.
Sentivo parlare di minigonne, di desiderio e di carne: gli argomenti che venivano sbattuti in faccia ai telespettatori odoravano di armadi sigillati, di maglioni infeltriti e libri dalle pagine ingiallite. Ricordavano fin troppo quella second wave di cui avevo letto nei miei libri di introduzione al pensiero femminista: i gruppi di autocoscienza, gli anni Settanta, il rifiuto nei confronti della pornografia e via dicendo. Io ascoltavo. Immagazzinavo. La sera, prima di addormentarmi, mi tuffavo nella storia del movimento riot grrrl. Leggevo di Kathleen Hanna, che prima di fondare le Bikini Kill lavorava in un centro d’aiuto per donne vittime di violenza e si manteneva facendo spettacoli in uno strip club. Seguivo l’articolarsi del movimento, le sue contraddizioni interne. I conflitti tra attiviste e con le femministe dell’accademia, ancora arroccate al pensiero della second wave e per questo incapaci di accogliere una ventenne militante che rivendicava la sua scelta di lavorare nell’industria del sesso. Leggevo queste storie e le voragini tra il mio stare al mondo sotto forma di giovane donna e i discorsi che sentivo ogni sera alla tv divenivano enormi.

Certo, la questione è molto più complessa di come la sto ponendo ora, oltre al fatto che non mi aspetto di sentire discussioni eccelse su questi temi in televisione.
Resta il fatto che alcune affermazioni udite nei giorni della manifestazione nazionale Se non ora quando? mi hanno lasciata perplessa. A pelle sentivo che quando si parlava di carne e di pornografia molte delle persone che davano giudizi lapidari non sapevano di cosa stavano parlando, probabilmente perché non avevano mai visto un film porno dall’inizio alla fine.
Sono la prima a trovare noiosi e deprimenti buona parte dei film porno mainstream che mi sono capitati tra le mani nel corso degli anni. É evidente che non sono pensati per essere apprezzati anche dal potenziale pubblico femminile: le ragazze che vi prendono parte si comportano in modo improbabile e gli uomini sono per lo più esteticamente spiacevoli e, nei casi peggiori, del tutto repellenti. Questo però non significa che tutti i film porno siano prodotti immondi in cui le donne sono trattate da zerbini assetati di sperma.
Fortunatamente da qualche tempo ha cominciato a diffondersi la produzione di ottimi film porno indipendenti pensati per essere apprezzati soprattutto dalle donne, ma anche dagli uomini. Non si tratta, infatti, di pellicole sdolcinate in cui non si arriva mai al dunque, come hanno ipotizzato alcuni dei ragazzi ai quali ho parlato di questo settore emergente. Sono film porno a tutti gli effetti. L’unica vera differenza è che nella stragrande maggioranza dei casi ciò che risulta evidente è una forte attenzione per i dettagli, soprattutto nella sceneggiatura.
Una delle massime esponenti del settore è Erika Lust, una regista trentaquattrenne svedese che lavora ormai da qualche anno in Spagna.
Nel 2000 Erika ha fondato la casa di produzione Lust Film, che si occupa di quelli ch’ella stessa ha definito porno femministi. Da allora ha diretto tre lungometraggi e diversi corti il cui sottotesto è abbastanza chiaro: un sacco di donne sono consumatrici di pornografia; non ha senso ignorarle continuando a produrre film rivolti solo al pubblico maschile. In un certo senso potremmo dire che la presa di posizione femminista di Erika Lust si traduce nell’offerta di un prodotto che mancava dal mercato e di cui diverse persone sentivano il bisogno.

L’anno scorso Seal Press ha pubblicato in lingua inglese il secondo libro di Erika, Good Porn: A Woman’s Guide. Mi sento di consigliarvi questo volumetto perché si tratta di una sorta di vademecum che copre con semplicità e chiarezza molti aspetti del dibattito degli ultimi decenni sulla pornografia e sul ruolo che le donne hanno e dovrebbero avere in questo settore. Prima di fondare Lust Film, Erika ha lavorato anche per case di produzione dedite alla produzione di film porno “classici”. Forse proprio per questo motivo le sue analisi risultano molto convincenti. A parlare non è una signora di mezza età convinta che i film porno siano opera del demonio. È una giovane donna che ha conoscenze da insider e che dopo aver osservato lo scarso impegno che viene messo nella produzione dei film popolati da uomini bruttoni e da ragazze urlanti ha deciso di mettersi al lavoro e di proporre un’alternativa di qualità.
Ad ogni capitolo di Good Porn è sottesa quest’idea che in qualche modo si riallaccia all’etica del do it yourself: se il mercato non ci offre ciò di cui abbiamo bisogno, quel qualcosa ce lo faremo noi.
Il massimo pregio di questo libro è l’immediatezza con cui fornisce anche alla lettrice più disorientata gli strumenti per muoversi autonomamente nel mare magnum del porno ed uscirne vincitrice. I capitoli sono un mix di testi programmatici e raccolte di informazioni pratiche: dalle Frequently Asked Questions sul porno, ad alcuni suggerimenti per lo shopping passando per un’ottimo gruppo di recensioni di film indipendenti particolarmente sconosciuti e meritevoli di uno sguardo. Infine troviamo un capitolo chiamato “Adult Films for Grown-Up Women: A manifesto”, il cui sottotitolo riassume molto bene l’obiettivo di Erika nel suo lavoro di regista e di attivista: “Let’s rise to the challenge of making the world a better place, with a new kind of porn: hot, smart, woman-oriented and feminist”.
Personalmente trovo che questo approccio sia molto più sensato e aderente alla realtà delle vite di tutte noi rispetto a quello di chi ancora si ostina a sostenere che la pornografia sia uno regno da uomini e per uomini.


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  1. Simone B.

    21 ottobre

    Che è quello che si chiama marketing 🙂

    Tutto ció per segnalare che il feed rss non funziona, è cambiato?

  2. Simone B.

    21 ottobre

    Ok ora va di nuovo…

  3. […] semplice domanda, cui l’industria tradizionale fatica a rispondere. Come racconta Erika Lust nel suo libro, il motivo per cui oggi il mercato offre una certa varietà di film porno ben fatti e pensati per […]

  4. Cristina

    2 novembre

    Grande articolo. Potresti dirmi i testi che ti hanno introdotta al femminismo?

  5. Margherita Ferrari

    2 novembre

    Ho trovato un sacco di suggerimento utili nella bibliografia di “Ancora dalla parte delle bambine” di Loredana Lipperini. Per lo più non si tratta di testi di teoria femminista, quando di opere che hanno un sottotesto femminista ma parlano d’altro (corpo, sesso, lavoro, ecc). Poi ti consiglio di dare un’occhiata ai libri di Seal Press. C’è una bella collana dedicata a diversi aspetti della ricerca femminista e sociale. Ad esempio http://www.amazon.com/Men-Feminism-Studies-Shira-Tarrant/dp/1580052584 . Infine il mio must è Bitchfest, un’antologia di articoli usciti su Bitch. E’ un libro abbastanza denso e alcuni articoli sono un po’ difficili se l’inglese non è la tua lingua madre, ma io l’ho trovato splendido. Praticamente tutto ciò che mi interessa ora del pensiero femminista l’ho scoperto leggendo questo libro. Consigliatissima anche la bibliografia del suddetto.
    Spero di esserti stata utile.
    Ciao!

  6. Cristina

    6 dicembre

    sì, grazie! ho preso bitchfest e ho cominciato a leggerlo 🙂

  7. […] Come scrive Erika Lust nell’agile manualetto Good Porn: […]

  8. […] sulla prestazione e sull’esibizione di corpi contraffatti. Da Annie Sprinkle arrivando fino a Erika Lust e Gala Vanting e attori come Buck Angel (che ama definirsi “un uomo con la vagina”), il mondo […]

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