Per noi di Soft Revolution i progetti libero-indipendenti sono un po’ come la cioccolata per Sloth dei Goonies: una tentazione irresistibile. Per questo sono molto contenta di occuparmi quest’oggi di Radiolab, una radio catanese che, un po’ come la Baby Ruth che faceva sbavare il Fratelli deforme, ci solletica il palato trasmettendo quotidianamente varie pregevolezze e sulla frequenza 101 mhz per Catania&dintorni e in streaming su www.radiolab.it. All’interno della redazione lavora Sara Curcio Raiti, una ragazza che ho conosciuto qualche tempo fa e che si è ora gentilmente resa disponibile per raccontarci qualcosa di più di quest’avventura radiofonica.

  • Mi racconti come è nata l’idea di Radiolab?
    Radio Lab è nata con entusiasmo. Ellosò che sembra una cosa banale, che controvoglia non l’avrebbe portata avanti nessuno. Eppure questa è la verità nuda e cruda.  Perché credo che, se non fosse stato altrimenti, sarebbe stato difficile affrontare le riunioni fino a notte fonda, a pensare e costruire pur non avendo ancora un mixer e un microfono, né una sede da cui trasmettere. Se non ci fosse stato entusiasmo, ci saremmo lasciati vincere da chi, storcendo il naso, non si faceva convinto che sarebbe venuto fuori qualcosa di buono. Una radio come le altre, noi non la volevamo. Vuoi perché, sì, nessuno di noi ha idea di come funzioni una radio commerciale, vuoi perché, se quella che dovevamo tirar su fosse stata una radio come le altre, non sarebbe stata la stessa cosa. Invece, sperimentazione e innovazione dovevano essere i nostri punti forti. Volevamo creare un connettore di energie che mettesse insieme diverse realtà sociali e culturali. Volevamo una radio che fosse uno spazio aperto, un luogo di scambio, un punto di riferimento per chi volesse un’informazione critica e dei programmi di sostanza.
  • E perché questo nome, Radiolab?
    Una sera, eravamo riuniti nel soggiorno di Anita – non potrò mai dimenticarlo – dopo diversi tentativi,  pensando a che nome darci, è stato spontaneo dire Radio Lab! La radice della parola laboratorio, deriva dal latino labor, lavorare. Con la stessa parola, sono composte le parole collaborare ed elaborare. Oltretutto, Lab, è un nome facile da pronunciare, non ti si impasta in bocca, è breve e quasi liberatorio.
  • Da dove trasmettete? Sai, se penso alla sede di una radio, mi viene in mente la stazione della KBBL  di Springfield, nei Simpson.
    Radio Lab ha sede nel Centro Culture Contemporanee Zo, e ciò è una cosa che ci riempie di orgoglio. Zo è uno dei locali storici di Catania. Oltre ad essere in un luogo suggestivo – accanto al complesso delle Ciminiere – è uno spazio culturale importante per la città. Concerti, spettacoli teatrali, eventi. Zo è una fucina di iniziative. Quale altro posto poteva ospitare una radio come la nostra? Quando abbiamo avuto conferma che potevamo avere a disposizione due stanze, gongolavamo come matti. Le abbiamo pulite, sistemate e abbiamo dato il colore alle pareti. Abbiamo persino tirato su una parete di cartongesso per creare una piccola sala registrazione e l’abbiamo colorata di verde (come il nostro logo). Noi, dalla nostra parete verde kriptonite ci sentiamo protetti!
  • Come si svolge una giornata di lavoro tipo, lì in radio?
    Descrivere una giornata tipo in radio è più difficile che viverla: è fatta di speaker che si alternano ai microfoni, redazioni infaticabili che lavorano alla scaletta dei programmi. Non si sta mai fermi un attimo, e ne hai prova già dalla mattina, quando chi è di turno, della redazione giornalistica (io mi occupo anche di quella) entra alle 9:30 in redazione, prende il registratore e scappa a raccogliere i contributi per i servizi del radio giornale. E’ un moto irrefrenabile, ma è anche il bello di questo lavoro: varietà, dinamismo. E’ un ambiente variegato e ricco di stimoli.
  •  Tu ti occupi dell’Ufficio Stampa e della conduzione di Culture Club – sezione Moda. Come ti prepari per la messa in onda? Sei sola o hai dei collaboratori? 
    Quando lavori in una radio, piuttosto che in un giornale o in una televisione, non puoi prescindere dal gruppo. Il senso d’appartenenza verso quello che fai e il progetto di cui fai parte, credo sia fondamentale. In generale, soprattutto per i programmi della settimana (che si occupano di approfondimento giornalistico e culturale), ci sono delle redazioni che si occupano dei contenuti dei vari programmi. Mi riferisco soprattutto a Culture Club e City Light. Io, ad esempio, ho un’ottima co-conduttrice, Claudia Calì, e due redattrici, Martina Ferla e Caterina Studioso. Ogni puntata è frutto di brainstorming maturati tra casa mia e la radio, tra un caffé e l’altro. Quando sai che puoi contare su qualcuno, senti meno il peso delle responsabilità. Sai che puoi confrontarti con altre persone che comunque lavorano per un fine comune: fare un buon lavoro. Sono meccanismi che rinsaldano la struttura del programma e che danno l’idea che ci sia stato veramente un gran lavoro dietro la sua costruzione. Anche per l’Ufficio Stampa, non sono sola. Conto su tre valide colleghe: Simona Schifano, Nilde Lemma e Valeria Arlotta.
  • É difficile parlare in radio? Pensi mai che stai dicendo una cosa stupida? La messa in onda può risentire di, che so, un esame andato male o qualche altro infausto accaduto?
    A proposito della difficoltà o meno di parlare in radio, sorrido un po’ ripensando ai primi tempi in cui mi confrontavo con il microfono. All’inizio mi facevo forte del fatto che, avendo fatto teatro, non mi avrebbe spaventato la radio, dove oltretutto non vedi chi ti ascolta. Tuttavia – e devo dare ragione a Marta, una delle redattrici di Culture Club – l’ascoltatore è uno spettatore subdolo: sai che c’è, ma non lo vedi; non sai cosa fa mentre ti ascolta. Rimane nell’ombra e non sai prevedere le sue mosse. Sarà per questo che i primi tempi ero più rigida di un bastone. Una volta superato il disagio, riesci ad entrare in intimità con chi ti ascolta. Non ti fa strano nemmeno risentire la tua voce in cuffia. Poi sì, all’inizio l’idea di dire qualcosa di stupido o inappropriato, ti getta un po’ nel panico. Ma avere una redazione che lavora sui contenuti del programma, vuol dire anche avere una scaletta serrata, poco spazio lasciato all’immaginazione e un minore margine di “rischio”. Se, fuori dalla radio, le cose non vanno al meglio, la radio serve anche a questo! I malumori personali, li abbandoni appena metti piede in sala regia e alzi il canale del microfono e abbassi quello della musica. Da quel momento firmi un tacito patto con chi ti ascolta: tu mi fai entrare nella tua quotidianità ed io, per qualche ora, ti terrò compagnia. Magari sei tu stesso un diversivo per loro. Hai una responsabilità nei loro confronti e nei tuoi. Alla fine è terapeutico, e se fai una buona puntata, ti migliora anche l’umore! Metti me, dopo il mio pessimo esame di inglese: due ore di diretta e la vita torna a sorridere!
  • Il gruppo di Radiolab si è dato delle regole? Che so, “cose da non fare/dire assolutamente”, piuttosto che “suggerimenti/trucchetti” d’altro tipo?
    Sulle regole, ti rimanderei volentieri ai papelli affissi dal nostro direttore artistico – l’ottimo Antonio Vetrano – su tutte le porte e pareti, in sede. Ovvio che sì, delle regole interne é necessario darsele, ma, in quanto trucchi del mestiere, perché svelarli? [Sorride]
  • Radiolab è un progetto autogestito. E’ stato difficile farlo partire all’inizio? Come va con le donazioni? 
    Radio Lab non è un progetto totalmente autogestito da noi. L’associazione Catania Lab né è editrice insieme all’agenzia di stampa Blu Media. Al progetto contribuiscono sia il Gruppo RadioAmore, detentore della frequenza fm 101, nonché il Centro Zo che mette i locali. La cosa meravigliosa del progetto è che, professionisti navigati si siano affidati a noi e fidati di noi e ci abbiano dato “tra le mani” un progetto così ambizioso da curare. Nostra è la scelta dei contenuti e la linea musicale. Credo che anche questo costituisca un unicum: spesso in questo Paese, essere giovani sembra essere una penalità. In noi, questa volta, è stata vista una reale Potenzialità. Sfido nel trovare altrove lo stesso coraggio. Le donazioni sono un mezzo di sussistenza importante per il progetto. Una sovvenzione che venga dal basso, è garanzia di libertà e autonomia. E di onestà nei confronti di chi ci segue ed ha deciso di sostenere un progetto come il nostro.
  • Chi sono gli ascoltatori tipo di Radiolab? Hai qualche dato in proposito? 
    L’ascoltatore tipo di Radio Lab, è un ascoltatore radiofonico anticonvenzionale. Quello che sa che la musica che ascolta lui, non la sentirà facilmente in radio, e passa i suoi lunghi tragitti in macchina facendo zapping alla ricerca della stazione con la canzone giusta.  Scherzi a parte, essendo un progetto giovane, credo risulti più accattivante per un pubblico dai 20 ai 40 anni, ma sono dati relativi. Anche all’interno, il nostro organico è costituito da speaker e collaboratori di diverse età. Siamo una radio libera per tutti, senza discriminazioni alcune, incluse quelle anagrafiche.
  • Quanto è impegnativo questo progetto? Tu riesci a conciliare gli impegni con l’università o la vita privata?
    Quando ero piccola, io e mia cugina, giocavamo a fare la radio. Parlavamo appiccicate a uno stereo e registravamo la nostra voce su delle cassette. E a riascoltarci, ci divertivamo da matte. Ecco, per me è come tornare bambina. Non ti puoi annoiare, fare radio è un piacere di per sé impagabile. E’ un continuo confrontarsi con gente diversa. Ne conosci tantissima in questo lavoro così come tante sono le cose che apprendi. Se non lavorassi in radio, non conoscerei un buon 60% delle cose che so. Perché il bello di questo lavoro, non si riduce alle ore di diretta. Comincia dall’organizzazione della puntata, quando devi decidere come strutturarla e che argomenti trattare. E poi le riunioni, i momenti di socialità. Io in radio mi sono pure innamorata e miei più cari amici, lavorano con me. La cosa che più mi diverte, credo sia proprio questo: la collaborazione con altre persone. L’idea di far parte di una grande famiglia. Mi piace arrivare in redazione e trovarmi in un ambiente familiare. Facilita tutto, ti mette a tuo agio. E il problema, diversamente dagli altri lavori, è che per una scusa o per un altra, va a finire che, anche se puoi andare via, ti trattieni comunque lì per diverse ore.
    Aldilà del piacere di star lì, c’è da dire che, essendo all’inizio, la mole di lavoro che stiamo affrontando è davvero tanta. Legittimo, essendo una fase di start up, ma se mi chiedi se mi è possibile conciliare questo con lo studio, la mia risposta è un NO secco. Ma confido che sia solo una fase di transizione: una volta rodati, tutto si ridimensionerà. Ne ho visto tanti laurearsi pur facendo la radio, quindi non mi demoralizzo.
  • Credi che di radio si possa vivere? Quando finirai di studiare, pensi di continuare a seguire Radiolab?
    Non so se di radio si possa vivere. A dire il vero mi domando spesso con che mestiere si possa vivere oggi. Uscita dal liceo, decisi di fare giurisprudenza nella speranza che mi permettesse maggiori sbocchi lavorativi, ma se c’era una cosa che ho sempre saputo nella mia vita, è che mi piace scrivere e studiare storia e letteratura. Il passaggio a Lettere Moderne è stato inevitabile. Quando guardo il mio piano di studi, mi dico che a nessuna azienda interessa il mio curriculum accademico, ma non mi vedrei a studiare nient’altro. Non so se una volta laureata rimarrò a Catania o mi sposterò altrove. Per allora, in un caso o nell’altro, conto che Radio Lab sia diventata una realtà radicata nel territorio, capace di camminare con le proprie gambe; poi, perché no, se potesse diventare il lavoro del futuro, tanto meglio. Per mia “sfortuna”, amo questa città e l’ idea di allontanarmene mi rende troppo malinconica. Rimanere per Radio Lab, sarebbe un validissimo motivo.
  • Cosa consiglieresti a una ragazza o ad un ragazzo che volesse intraprendere questo tipo di strada?
    Non so se a 23 anni, e con la pur sempre poca esperienza alle spalle, possa dare dei consigli. Tuttavia di una cosa ne sono convinta: se si nutre una passione profonda, bisogna PROVARE. A sbracciarsi, a sudare, a macinare fatiche e delusioni, ma con la soddisfazione di guardarsi ogni mattina allo specchio, con l’onestà di chi sa che sta facendo la cosa giusta. Non per gli altri, non per il mondo ma per se stessi. Come dice sempre un mio carissimo amico, “se quello che stai facendo, sei tu che hai scelto di farlo, deve essere per forza la scelta giusta”. E poi ci vuole PASSIONE. Una parola che oggi ti mettono tra i sinonimi di spasso, divertimento. E invece no, la passione è il motore di tutto. Quando alla nostra generazione avranno levato anche quella, allora sì che ci avranno preso davvero tutto.
  • State cercando dei collaboratori, persone nuove da far lavorare con voi, o per il momento il nucleo di speaker e scartabellatori rimane chiuso? 
    Chiunque voglia collaborare con noi può farlo, inviando una mail a info@radiolab.it .Il nostro claim recita “Radio Lab, libera per tutti”! Un progetto come questo non potrebbe mai lavorare “a porte chiuse”!