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Diario semiserio di Quasipolitica: il look proletario

In quest’epoca di antipolitica dilagante, un’epoca in cui dichiarare che si milita in un partito o che, addirittura, si ha l’ambizione di essere dei politici è segno di stigma sociale, non mi sono fatta sfuggire l’occasione di essere trattata ulteriormente da paria. E quale maggior sfizio di narrare le proprie disavventure passando dalla semplice definizione di “persona strana” a “persona strana ed esibizionista”? Per questo ho deciso di condividere con voi i racconti di Quasipolitica, perché politica non la sono ancora del tutto, ma quanto a svantaggi e problemi di militanza sono fra le prime della classe. Insomma, ammazzo il tempo in attesa che qualcuno mi accusi di peculato perché ho utilizzato la mia carica per pilotare le gare di canasta al circolo degli anziani.
Ma andiamo con ordine: in realtà il mio percorso parte da lontano, direi quasi lontano lontano tanto e tanto tempo fa, ma non sono ancora così decrepita. Tutto ebbe inizio alle scuole superiori quando, dopo aver partecipato da spettatrice alla prima Okkupazione della scuola, ho deciso di avvicinarmi al “locale gruppo faunistico extraparlamentare”. Ci si ritrovava ogni sabato pomeriggio nella nostra sede a discutere di Bakunin, Marx, Lenin, Trotsky e compagnia bella. No, nulla di più recente. Berlinguer era avanguardia, benchè comunque morto da un pezzo. Ogni evento contemporaneo veniva analizzato, filtrato ed interpretato all’abbacinante luce del Capitale, mentre non era inusuale ritrovarsi ad avere i compiti a casa per le vacanze e leggere sotto il sole cocente di Jesolo* gli scritti giovanili del grande barbuto.
Le manifestazioni poi erano un momento strano: per lo più si trattava di micro ritrovi con un impressionante numero di poliziotti dall’altra parte che ci fissavano. Cartelli cattivissimi in rosso e nero, cori al megafono per sembrare più numerosi, più incazzati, più facinorosi che si può. All’Alternativa Marxista (così si chiamava il gruppo) vigeva anche una precisa etichetta in campo di abbigliamento: un errore nel vestiario poteva costarti caro. Desiderare un paio di jeans di marca fatale, indossare una giacca dall’aspetto contemporaneo e non proveniente direttamente dagli anni ’70 un casino di proporzioni inaudite: insomma, come per l’omino bianco, dopo il passaggio di look bisognava sembrare proletari, ma più proletari che non si può. Il punto era che, se non avevi del materiale di riciclo dall’armadio della mamma, poteva essere un’impresa di dimensioni epiche riuscire a reperire i capi adeguati e, spesso, anche piuttosto costosa, perché non tutti potevano fuggire in quel di Bologna a far spese alla Montagnola e nella ridente cittadina di negozi di usato praticamente non ce n’erano. Insomma… ricordo con struggente nostalgia il mio piumino anni ‘8o rosa cipria, consunto dall’uso di mia mamma, che potevo sfoggiare in tutta la sua macilenza ai primi freddi. Dev’essere ancora da qualche parte, mah, non divaghiamo. Cosa c’entra tutto questo con la politica? C’entra perché sono state le basi della mia formazione, mi hanno trasmesso la passione per la militanza, la costanza nell’impegno (col mitico mercatino del libro usato fra fine agosto e settembre), il senso di comunanza che solo le mani surgelate intorno al palo di una bandiera in un pomeriggio di dicembre di cortei possono dare. Certo, ero stata una bambina da manifestazione molto prima, una che cantava le canzoni delle mondine al posto di quelle dello zecchino d’oro, ma questa è per la prossima puntata.

*Alle tragiche vicende dell’estate Grundrisse verrà dedicato un apposito appuntamento.


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  1. […] ragazze del gruppo vestivano tutte abiti di seconda mano – rigorosamente acquistati alla “montagnola” a Bologna – portavano capelli spettinati e […]

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