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Carnage: opinioni di un clown di nome Polanski

Carnage: opinioni di un clown di nome Polanski

Che ci sarebbero state scenate di vario genere e natura, lo si sapeva già. Lo si sapeva per via della sfrenata pubblicità che ha preceduto la sua uscita nelle sale. Sto parlando dell’ultima fatica di Polanski, Carnage, un adattatamento dell’omonima pièce teatrale di Yasima Reza (che qui è cosceneggiatrice). Carnage è stato presentato all’ultima Biennale di Venezia, riscuotendo molto successo sia presso la critica che presso il pubblico, e il merito è anche del cast stellare che dà prova di saper recitare divinamente, rendendo quasi caricaturali i personaggi protagonisti, tramite la forzatura di gesti e tic, e inducendo lo spettatore a provare una sensazione molto simile allo straniamento.
La storia è semplice: in seguito ad un litigio tra due bambini al parco, dove uno dei due rimane “sfregiato” (a noi rimarrà impressa la faccia piena di sdegno di Christoph Waltz mentre nega l’evidenza), i genitori si mettono in contatto per decidere insieme come affrontare l’accaduto. Il dramma da camera non acquisisce toni inquietanti o opprimenti che ci saremmo aspettati dall’autore di Rosemary’s Baby o L’inquilino del terzo piano; al contrario il regista sceglie di omaggiare il maestro Hitchcock, mantenendo un campo medio per la maggior parte del tempo e collocando la vicenda in uno spazio grande e luminoso, giocando su rimbalzi incalzanti di primi piani. La scenografia è il tipico soggiorno di una casa abitata da persone ricche che se ne fanno una colpa, e che si circondano di libri promuovendo la cultura e facendo gli attivisti. La vicenda assume sin da subito toni a dir poco grotteschi: ai dialoghi brillanti e taglienti è affidato tutto il lavoro d’intrattenimento. La coppia Cowan (Waltz e Winslet) fronteggia i Longstreet (Reilly e Foster). I primi sono incapaci di qualsivoglia tipo di contatto umano, perché troppo presi dal proprio Blackberry o dai cosmetici, mentre i secondi, che giocano in casa, sono un grossista arricchito e un’intellettualoide sull’orlo di una crisi di nervi. Ridendo di loro ci si sente moralmente superiori; ma è una sensazione squisitamente fittizia, tanto quanto la buona educazione che i protagonisti si dimostrano capaci di esercitare per i primi venti minuti (circa) di film. A causa di un malore della Winslet, infatti, l’ipocrisia inizia a cedere il posto alle vere personalità dei personaggi, che danno vita ad una carneficina verbale che culminerà con il danneggiamento degli oggetti-simbolo degli stessi.
I ruoli delle donne sono i più interessanti: o mamma apprensiva e chioccia, di conseguenza paranoica (Foster), o mamma in carriera che non ha tempo di occuparsi del figlio, ma fatica ad ammetterlo, di conseguenza isterica (Winslet). Dicotomia ormai abbastanza datata, che non mostra altro che il peggio di entrambe le situazioni. Se non altro è apprezzabile che non si difenda a spada tratta la scelta di fare la mamma a tempo pieno (o quasi). Fatte le presentazioni, si capisce in fretta che ciò che interessa veramente non è tanto ciò che si deciderà (e farà) per il bene dei figli, quanto chi avrà l’ultima parola: per gli uomini necessità di marcare il territorio, per le donne semplice guerra tra gatte, ribadendo la dialettica di cui sopra.

C’è però qualcosa che stona in questo ritratto spietato dei rapporti di coppia: il film aveva un palese intento di satira e provocazione, che in parte sì trapela, ma per il resto sembra solo una fiera di pagliacci. I personaggi sono talmente stereotipati da non risultare più neanche vagamente credibili o divertenti. Carnage mi sembra il classico film che la gente ama amare non perché sia un prodotto ben riuscito, ma perché ama l’idea di sentirsi superiore rispetto alla mediocre normalità, ostentando un’autoironia tutt’altro che naturale, anzi accuratamente studiata e ricercata, esattamente come le battute all’interno del film.  Se questa è una rappresentazione quanto meno verosimile della realtà, almeno a sentire Polanski, non sarebbe il caso di porsi qualche domanda, piuttosto che di riderci sopra, confortati dall’eterna nenia del “è solo un film”?


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