berghain 3925

Premessa n.1
L’espressione “fare il giro” fa parte del mio slang privato con Michele Adami. “Fare il giro” è ciò che accade quando una cosa raggiunge un certo estremo, talmente estremo da diventare il proprio opposto. Ad esempio come quando una persona è talmente fatta di droghe da sembrare quasi zen, o quando una cosa è talmente fuori moda da diventare nuovamente di tendenza, o quando è talmente tardi da essere presto. Il mio ultimo fine settimana a Berlino potrebbe spiegare perfettamente questo significato.
Premessa n.2
Vi ricordate quando si andava in discoteca di domenica pomeriggio? Io mi ricordo quel periodo, tra la fine delle medie e l’inizio delle superiori, quando frequentavo un corso di danza moderna (gran beneficio per la mia schiena, un disastro per la mia autostima) e alcune compagne mettevano in atto un’opera di malignità possibile solo a quell’età: decantavano lo sbrilluccichio della discoteca e i limonamenti con bellissimi ragazzi di qualche anno più grandi e, al contempo, precisavano che, con le mie movenze da manico di scopa, mai avrei potuto accompagnarle. Bramavo la discoteca della domenica pomeriggio perché non la potevo avere. Era una specie di riconoscimento sociale di cui credevo di aver assoluto bisogno. Ovviamente dopo qualche anno mi resi conto che era una cosa da cui avevo fatto bene a tenermi alla larga.
E veniamo ai giorni nostri, quando una serie di eventi, che potrei far cominciare giovedì dopo la mia solita serata allo Schokoladen (di cui vi parlerò presto), mi fece arrivare a domenica riposata e annoiata. Berlino, come al solito, offre una molteplice gamma di attività. Dedicai il pomeriggio alla cultura, con una visita all’Hamburger Bahnhof. Tornai a casa verso le cinque, attesi l’oscurità e chiamai il mio amico Claes, che spesso, durante la mia permanenza a Berlino, si rivelò essere l’uomo della svolta. Non deluse le aspettative neanche questa volta. Mi disse che recava sulla mano il timbro del Berghain e che pensava di farvi ritorno. Alle sette di sera.
Il Berghain è uno dei club più famosi di Berlino. Fino a qualche anno fa era considerato il migliore d’Europa e le sue pareti risultano tuttora inviolabili ai più. Infatti io avevo provato a farvi ingresso un paio di volte, ma ero sempre stata respinta dal cerbero tatuato che aveva decretato la mia scarsa coolness con un cenno del capo. Ma con il timbro di Claes io avevo una via privilegiata. E fu così che riuscii ad entrare.
Potrei descrivervi il locale, esprimere un giudizio sulla casuale politica d’ingresso, descrivervi la variegata fauna che incontrai all’interno, ma in tal modo non descriverei le mie impressioni principali. La mia prima volta al Berghain fu alquanto buffa.
La prima cosa che notai fu la sua somiglianza con il mio vecchio ufficio: entrambi gli edifici sono vecchie centrali elettriche.
Come ripeto spesso, la cosa che più mi affascina di Berlino sono i posti vuoti, lasciati liberi da una città che va troppo veloce. E che lasciano spazio al nuovo, sia questo un club techno o una startup.
La seconda cosa era, appunto, l’orario. A Berlino il concetto di “tardi” è tutto relativo. I locali si riempiono verso l’ora in cui in Italia diventa proibito vendere alcolici. Si può trovare un posto aperto (e pieno) anche durante la settimana. Ma questo non vuol dire che per vivere la città ci si debba necessariamente spaccare. Sì, al Berghain c’è sicuramente gente che entra di venerdì sera e riesce a reggere fino alla domenica drogandosi a non finire, ma c’è anche gente come me (e ce n’è molta), che va a ballare la domenica pomeriggio come quando aveva quattordici anni. E torna a casa alle undici, pronta a riposarsi per andare in ufficio il giorno dopo.
Lo spettro delle cose da fare, dall’enorme squat ai negozi costosi della Kudamm, è tale che la trasgressione, il “fare tardi”, l’originalità, non abbiano più un senso. È una città che ha “fatto il giro” talmente tante volte da essersi ormai persa in un vortice inarrestabile.