Crea sito
READING

Aspettando il capolavoro: "21" delude, m...

Aspettando il capolavoro: "21" delude, ma la fiducia in Adele non viene meno.


Ho conosciuto Adele* ai tempi di “Chasing pavements” e del suo album di debutto, 19. Mi aveva molto stupito scoprirla mia coetanea: ad una prima vampata di invidia (lei aveva quella voce magnifica e io, quasi per contrappasso, non avevo nulla da offrire al mondo se non della lunaticità tardo adolescenziale), fece seguito un interessamento più serio e persino della discreta stima. Mi accorsi infatti quasi subito di come Adele fosse un’anomalia rispetto alle popstar anglofone under 30 da me conosciute fino ad allora: si presentava in pubblico anche senza trucco, non faceva una mania dei carboidrati assunti giornalmente, ma si dedicava piuttosto a ciò in cui era evidentemente più abile: cantare.
Il primo album uscì nel febbraio del 2008, quando Adele – come me – non aveva ancora celebrato i suoi vent’anni, e per questo venne intitolato 19. Oltre a “Chasing pavements” il disco conteneva molti altri pezzi meritevoli, ma tra tutti spiccavano il pezzo di apertura (“Daydreamer”) e quello di chiusura (la melanconica “Hometown glory”): una ballata acustica ove si descrive in modo commovente un boyfriend “ideale” sotto molti aspetti (per ammissione di Adele stessa i riferimenti sono tutti per un ragazzo di cui era stata perdutamente innamorata, ma con il quale le sarebbe stato impossibile avere una vera storia perché lui era bisessuale) e un pezzo in cui la cantante rievoca i suoi più cari ricordi di Londra, sua città natale (“Is there anything I can do for you dear? Is there anyone I can call?”/ “No and thank you, please Madam. I ain’t lost, just wandering”).

 

Poi venne il secondo album. Uscito nel gennaio di quest’anno, porta il titolo di 21 perché quella era l’età che Adele aveva quando iniziò a lavorarci (a questo punto immagino non sia così azzardato ipotizzare che anche un eventuale terzo album possa avere come titolo un numero a due cifre, verosimilmente compreso tra 23 e 30). Dichiarato album dell’anno dal tabloid britannico The Sun (!) “21” ha raccolto grandissimi consensi non solo nel Regno Unito, ma anche nel resto d’Europa, negli States e nella remota Nuova Zelanda. Qui da noi resiste stabile tra i quindici dischi più venduti, in ottima compagnia tra album sfornati di fresco dalla Factory di Maria De Filippi, Sanremo e dalla nuova ghenga di Liam Gallagher.
Attacchi di tosse convulsi e accesso di risa isteriche. Sorvoliamo sui gusti musicali dei connazionali, và.


Nonostante le cifre parlino di un chiaro successo di pubblico e critica, a me “21” non piace. O meglio, non è il sequel che mi aspettavo. Diamine, questa ragazza elenca tra i suoi miti Etta James, Peggy Lee, Billy Bragg e Jeff Buckley; con la voce che ha dovrebbe starsene a cantare il Blues dalla mattina alla sera e a consumare i condotti lacrimali di chiunque possa avere la fortuna di stare ad ascoltarla… e invece che fa? Mi caccia pezzi come Don’t you remember, che sembran scritti apposta per pusillanimi come Taylor Swift. Sgrunt.

 

Da parte mia avrei tanto voluto che il nuovo album fosse un unplugged. Niente fa risaltare una bella voce come una genuina performance acustica. “19” mi aveva fatto troppo ben sperare, evidentemente.
Tuttavia non tutte le tredici tracce di cui si compone l’album** sono da scartare. Vi è una triade, in particolare, che merita dell’attenzione. Mi riferisco alle consecutive Lovesong (cover dei Cure), Someone like you e If it hadn’t been for love (cover dei meno conosciuti Steeldrivers). Evito volutamente il singolo di punta dell’album (“Rolling in the deep”) che, sebbene accompagnato da un delizioso videoclip, durante l’ascolto mi ha lasciata più perplessa che mai (troppo Duffy; così come altre mi sembravano troppo à la Winehouse, mentre Adele Laurie Blue Adkins non è né una né l’altra).
La triade sopracitata, dicevo, sembra fortunatamente restituirmi la Adele-non-ancora-ventenne del primo album.
La cover di “Lovesong” non stravolge troppo l’originale, semmai la rallenta giusto un pelo. L’originale di Robert Smith è di indubbio pregio, tant’è che molti fan della vecchia guardia potrebbero considerare oltraggioso il fatto che sia stata coverizzata (non li biasimo: io stessa approccio sempre con scetticismo le cover delle canzoni che amo). Ciononostante ritengo che l’interpretazione di Adele sia comunque molto meritevole: la cosa che mi piace di più, in tutto ciò, è che la sua voce risulta talmente credibile da poter fare tranquillamente le veci di quella di Smith. Usando una delle similitudini più ardite (leggi: cretine) della mia vita… avete presente quei libri per ragazzine che se letti in un verso raccontano “La storia secondo lei” e se letti nell’altro, dopo aver girato il libro, rivelano “La storia secondo lui”? Beh, la cover di Adele mi ha fatto pensare a “Lovesong” come ad un testo doubleface di cui ora conosciamo e il modo in cui ne parlerebbe un innamorato e quello in cui lo farebbe un’innamorata.
“Somebody like you” nelle intenzioni dell’autrice dovrebbe essere la canzone-sintesi dell’intero album: la spinta creativa del tutto sembra infatti essere stata la rottura con il suo ultimo ragazzo (a tal proposito Adele ha dichiarato che proprio nei momenti di maggiore difficoltà emotiva la sua vena creativa riprende a pulsare; paradossalmente, osserva lei stessa, cercare di procacciarsi solo relazioni fallimentari potrebbe divenire quasi una scelta di vita per garantirsi una carriera duratura). Nel testo, Adele si immagina di rincontrare in età adulta questo suo ex ragazzo, scoprendolo però ora felicemente sposato. Non c’è rancore, né frustrazione. Semmai a farla da padrona è la confusione tipica della fine di una relazione, quando ci si accorge che l’altro è riuscito a passare oltre, mentre a noi -nonostante sia passato del tempo- risulta troppo doloroso anche solo pensare di provarci (ma l’affetto è ancora tale per cui l’unica cosa che si può fare è augurare ogni bene all’altra persona, sperando solo che non getti nel dimenticatoio i ricordi dei momenti passati insieme). Il pezzo centuplica la sua efficacia se eseguito dal vivo: i Brit Awards di quest’anno ne danno una testimonianza ottima; l’impeccabile esibizione di Adele ha conquistato ogni cuoricino spezzato presente in sala. A me ricorda in qualche modo il candore di “Hometown glory” e, sebbene vada un pelo oltre il livello di romanticume da me tollerato, dopo ripetuti ascoltimi ha fatta convinta. Parte della magia immagino sia da ricondurre alla linea di piano che segue il bel canto della giovane londinese.
Ma forse il mio pezzo preferito, all’interno di questa triade, è “If it hadn’t been for love”, dove Adele finalmente dismette i panni della ragazza fragile cui la vita non gliene ha mandata una giusta per decidere di irruvidire la voce (ricordando ai più nostalgici una giovane Wanda Jackson) e iniziare a parlare di autostop, natura nemica, delitti passionali e gelide prigioni. Proprio un bel quadretto, già. Si tratta ancora una volta di una cover, ancora una volta ben interpretata da Adele che mostra di saperci fare anche col Bluegrass. È un vero peccato che l’album non si concluda qui, ma prosegua con un’ultima altra traccia, “Hiding my heart” (cover di un brano di Brandi Carlile senza arte né parte). Gli artigli sfoderati poc’anzi si ritraggono e torniamo a sentire in lontananza il rumore di cuori un tempo pulsanti di vita, ora distrutti. Umpf.
Purtroppo quelle di cui sopra sono solo 3 canzoni su 13 (nella versione standard del disco 2 su 11) e, a voler girare il dito nella piaga, 1 inedito contro 2 cover. Per dirla alla Barney Panofsky, cazzo cazzo e cazzo.
Ciò mi preoccupa assai, soprattutto perché questa ragazza potrebbe veramente fare di più di così. Mi avvilisce veder dilapidato tanto talento per delle canzonette che sarebbe un eufemismo definire insipide. Ma non voglio scoraggiarmi: continuerò a fare il tifo per Adele, nella speranza che prima o dopo sforni anche lei il suo White Album. Forza classe 1988, keep the dream alive!
Ps: guardatevi quest’esibizione e capirete perché insisto tanto.

*si pronuncia /ʌˈdɛl/
** mi sto riferendo alla limited edition di “21”, dove “If it hadn’t been for love” e “Hiding my heart” compaiono come bonus tracks.


  1. […] 2011 ho avuto modo di riconfermare il mio amore per donne meravigliose come Adele, che con il suo 21 si riconferma essere una delle cantanti più toste su piazza al momento. Ho anche scoperto i […]

  2. […] major Columbia. A lui dobbiamo la pubblicazione degli splendidi American Recordings di Johnny Cash, 21 di Adele e una marea di altri dischi. Non so per quale assurdo motivo Rubin dovrebbe mai […]

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.