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AMERICAN ICONS: Chuck Taylor e le "All Stars" della Converse

 

Noi le abbiamo sempre chiamate “All Star”, ma in America sono invece più famose come “Chucks” o “Cons”. Il loro nome completo è “Chuck Taylor All Stars” e sono le scarpe da ginnastica in tela e gomma più famose al mondo. Credo non sia un male azzardare che noi tutti ne abbiamo posseduto almeno un paio (o conosciuto, se non altro, qualcuno che le ha avute). Il nome del modello, a farci caso, è lunghissimo. Ma perché si chiamano così? E soprattutto, chi è CHUCK TAYLOR? È un personaggio di finzione o è esistito veramente? Sebbene siano stati in molti a dar per vera la prima ipotesi, Chuck Taylor è esistito sul serio. A voler ben guardare, la Converse si è sempre premurata di farlo presente a noi consumatori (metti attraverso le immagini d’epoca di squadre di pallacanestro che erano stampate sulla quella carta sottile che avvolge le scarpe nella confezione d’acquisto; fino al più recente cartellino allegato in confezione ad una delle scarpe, che sul retro recita “An american original…” spiegando in poche righe la storia delle scarpe e di Chuck, nell’altro verso ritratto in canottiera, pantaloncini e mani dietro la schiena). Salvoqualche nozioncina basica – “Una volta le scarpe si usavano per giocare a basket” o “Taylor era uno sportivo” (sì, ma di cosa?) – non siamo mai stati veramente interessati a capirne di più. La confezione si apriva in un battibaleno e, sistemati i lacci, ci mettevamo le scarpe e tanti saluti.

 

La seconda puntata della mia rubrica icon-related è dedicata proprio alla storia di Chuck e, indirettamente, di una scarpa che ha fatto scuola.
Le storie sono due: quella della Converse e quella di Chuck. Si incontreranno all’inizio degli anni Venti.

Nato nel 1901 nello stato dell’Indiana, Charles “Chuck” Hollis Taylor fu fin da giovanissimo un appassionato di basket (veniva considerato un asso in materia già dai tempi delle superiori). Una volta terminato il liceo cominciò a giocare da professionista in alcune squadre di Detroit (Michigan) e Fort Wayne (Indiana): a quei tempi il basket non era ancora organizzato in “leagues”, come ora, e Taylor si accontentava anche di piccoli compensi mentre girava per tutto il paese con i Celtics di Boston, i Germans di Buffalo e i Firestones di Akron (Ohio).

La Converse Rubber Co. aprì i battenti nel 1908 a Malden, Massachussets. Inizialmente la ditta si occupava della produzione di galosce** e di altri tipi di calzature di gomma la cui richiesta variava a seconda delle stagioni. Dopo alcuni anni di attività ci si rese conto però che il giro d’affari andava ampliato e che, perché questo avvenisse, sarebbe convenuto allargare la propria produzione alle scarpe da ginnastica. Proprio a cavallo dei primi anni Dieci, infatti, il basket aveva iniziato a guadagnare popolarità, così la Converse decise che avrebbe provveduto a creare delle calzature che potessero essere indossate proprio dai cestisti. Dopo un periodo di ricerche e studi, la ditta mise a punto la prima versione della scarpa sportiva per giocatori di basket professionisti: era il 1917 e il primo modello di “All Star” venne realizzato in una tonalità marrone con delle rifiniture nere.
Negli anni Venti le Converse All Star immesse nel mercato erano praticamente tutte in tela o cuoio nero; la suola era costituita da uno spesso strato di gomma e la tela (o il cuoio) erano rialzati all’altezza della caviglia, creando quindi quella suggestione da “scarpa alta” che noi affezionatissimi consumatori conosciamo bene.
Ciononostante, le vendite procedevano a rilento. Fu con l’avvento di Chuck Taylor che le cose presero una svolta inaspettata.

Fin dai tempi delle superiori, Chuck Taylor si era abituato a portare le scarpe da basket della Converse. Ne era così entusiasta che quando nel 1921 si mise a cercare un impiego, si recò proprio agli uffici di vendita della Converse di Chicago, impressionando talmente il direttore da ottenere subito il posto. Il direttore – tale S.R. “Bob” Peltz – era un grande appassionato di sport e non ebbe fatica a prendere in simpatia questo giovanotto dell’Indiana con un interesse molto simile al suo. La sua scelta di assumere Chuck Taylor fu quanto di meglio poteva accadere all’Azienda (l’assunzione di Chuck, inoltre, aprì la strada a molti altri professionisti del basket che, negli anni a venire, sarebbero entrati a far parte del comparto amministrativo della stessa Converse). Non passò molto tempo prima che i suggerimenti di Chuck in merito alla maggiore flessibilità e comodità che le “All Star” avrebbero potuto avere venissero messi in pratica rendendo quelle scarpe il gioiellino che conosciamo ora. Ma la storia non finisce qui.
Chuck Taylor era molto più che un semplice addetto alle vendite: egli infatti consacrò il resto della sua vita a far conoscere le “All Star” della Converse e il gioco del Basket al resto d’America. Non aveva nemmeno una residenza fissa; stando alle testimonianze di coloro che lavorarono con lui, teneva le cose più importanti in un armadietto interno al magazzino di Chicago e dormiva nel sedile posteriore della Cadillac bianca con cui si muoveva per tutto il paese. Aveva molti amici e volergli bene non sembrava difficile: era una persona con i piedi per terra, oltre che molto carismatica. Fumava la pipa e aveva una pronuncia strascicata tipica dell’ Indiana (il primo presidente della Converse, Steve Stone, non nascondeva di essergli molto affezionato, mentre lo ricordava in queste pose). Moltissime le sue conoscenze in ambito sportivo (“conosceva ogni coach nel paese”) ed erano in molti gli allenatori che si affidarono a lui quando cercavano un lavoro (“Se eri un allenatore e volevi trovare un lavoro, chiamavi Chuck Taylor. I direttori sportivi si rivolgevano a lui ogniqualvolta avessero bisogno di un nuovo coach”***); viaggiando in lungo e in largo per gli States, inoltre, ebbe la possibilità di tenere moltissime lezioni di basket ai ragazzi delle varie località cui approdava.
La sua attività interna alla Converse fu davvero notevole: sua fu anche l’idea di creare nel 1922 un annuario (il “Converse Basketball Yearbook”) che, tra le altre cose, aiutò la Converse a farsi pubblicità grazie alle numerose fotografie di giocatori di basket All Star-muniti che venivano ivi mostrate. L’annuario venne pubblicato sino al 1983 e, ogni uscita era attesissima dai (sempre più numerosi) giovani appassionati di basket che speravano vi fosse stata pubblicata la foto della propria squadra o che vi fosse un articolo dedicato ad uno dei loro giocatori preferiti. L’album contribuì alla promozione della cultura del basket e alla celebrazione dell’operato dei molti coach e atleti che, in questa disciplina, investirono moltissime energie.

Nel 1923, a soli due anni dalla sua assunzione, la Converse “premiò” Taylor inserendo il suo nome sulla scarpa e gettando così le basi di un mito****
Negli anni Trenta, Taylor disegnò il nuovo modello di All Star alte (high top) per le Olimpiadi del 1936: completamente bianche, avevano delle rifiniture in rosso e blu (molto patriottiche); in poco tempo divennero popolarissime, al pari dei più tradizionali modelli in tela nera. Ormai queste scarpe erano le calzature ufficiali dei giocatori di basket americani (professionisti e non); un dominio incontrastato.
Durante la guerra, Chuck Taylor collaborò con una Divisione Speciale dell’Esercito che aveva un ruolo molto importante nel mantenere alto il morale dei soldati e allenata la loro forma fisica. Chuck allenò gli “Air-Tecs” di stanza a Wright Field (Ohio): una squadra pressoché imbattibile che, tra il 1944 e il 1945, girò il paese gareggiando con squadre di collegiali o contro altri gruppi di militari. Sembra impossibile ma fu proprio in quegli anni che il basket raggiunse l’apice della sua popolarità e venne imparato da tutti gli americani. Grazie ad un libro emanato nel ’43 dalla stessa Divisione Speciale, in cui venivano esplicitate le precise regole del gioco, moltissime persone iniziarono ad avvicinarsi a questo sport considerato all’unanimità eccellente per mantenersi in forma e divertirsi senza bisogno di eccessive spese. Molti esperti hanno osservato come prima di allora ognuno tendesse a personalizzare le regole a proprio piacimento (squadre di college e professionisti inclusi), mentre ora, grazie ad un regolamento condiviso, tutti lo praticavano allo stesso modo; il basket aveva smesso di essere considerato un sport elitario e ora la gente ci si dedicava in massa. Fu grazie all’operato di Taylor e di altri grandi allenatori e giocatori professionisti che ciò fu possibile.

Inizialmente sposato con un attrice, è del secondo matrimonio che si parla più spesso. Fu in tarda età con Lucille “Lucy” Hennessey. Nel 1957, Taylor si era recato a Fulton (Missouri) per tenere uno dei suoi soliti corsi/seminari di basket in un college locale. Lucille, che insegnava inglese in un altro college, era la moglie del direttore atletico dell’istituto in cui Taylor si era recato. In sintesi: i due finirono per fuggire insieme e lo scandalo fu tale che se ne parlò per molti anni a venire.
Sempre nel 1957, inoltre, venne introdotto con successo il modello di All Stars basse (low cut), visto come una valida alternativa alle tradizionali High Top.
Durante la sua vita Taylor ricevette numerosi riconoscimenti per gli sforzi compiuti in nome del basket: nel 1958 entrò a far parte della Sporting Good Hall of Fame, nel 1968 della Basketball Hall of Fame e fu il primo portavoce della Converse a guadagnarsi il nomignolo, meritato, di “ambasciatore del basket”.
Morì nel 1969 in Florida, per un attacco di cuore.
Poco dopo la morte di Taylor, la Converse iniziò a risentire della concorrenza sempre crescente di marchi come Nike e Reebok in grado di mettere sul mercato modelli più colorati, comodi e innovativi (con cuscinetti e celle d’aria); molti atleti abbandonarono le storiche All Stars e iniziarono ad adottare queste novità. Ciononostante, dagli anni Settanta le scarpe da ginnastica iniziarono ad essere indossate con frequenza anche al di fuori di contesti sportivi: la loro comodità, rispetto alle scarpe tradizionali, era incontestabile; nacquero allora molte nuove ditte in grado di offrirne agli appassionati i modelli più svariati.
Le “Chucks” divennero in quel momento le scarpe preferite dei ragazzi (ma non solo) e simbolo di una controcultura nascente; moltissimi musicisti iniziarono inoltre a portarle, contribuendo ad incrementare la loro popolarità (allora già alle stelle). Comode, dal design unico, meno costose rispetto ai nuovi modelli della Nike, le All Stars iniziarono così una loro seconda Età dell’Oro. Ora venivano acquistate per lo più perché fashionable, e la Converse non tardò a realizzarne nuovi colori e fantasie (si parla di centinaia e centinaia di nuovi esemplari).

Ad oggi, si calcola che le paia di “Chuck Taylor All Stars” vendute superino gli 800 milioni; ogni settimana se ne continuano a vendere migliaia, in tutto il mondo. Nonostante siano disponibili in innumerevoli colori e texture, i modelli white e black sono sempre i più popolari. La straordinarietà di queste scarpe è che, salvo lievi modifiche, sono rimaste sempre le stesse*****!
In seguito agli avvicendamenti di fine secolo, la Converse è stata acquistata dalla Nike Corporation. Molte fabbriche del Nord America sono state chiuse e la produzione trasferita per la maggior parte nei paesi asiatici (controllate le vostre ultime paia di Converse e leggete dove sono state prodotte: China? Thailand? Vietnam?). La qualità forse ne ha risentito, ma la popolarità del prodotto no di certo.
EPILOGO.
Queste scarpe hanno fatto storia. Almeno, che abbiano fatto la mia, è fuor di dubbio. Ero alle medie quando comprai il primo paio di All Star della Converse. Alte e blu: le adoravo. Pagate 15.000 lire (Bei tempi, come si suol dire). Erano gli anni in cui la Converse stava vivendo la sua crisi più profonda e i prezzi dei vari modelli risultavano conseguentemente più che abbordabili. La passione per queste scarpe è perdurata per tutto il liceo e per gli anni dell’università. Non nego di aver ceduto, negli anni, alla tentazione di comprarmene anche delle versioni “clonate” (pallide imitazioni vendute ad un terzo – se non un quarto – del prezzo delle Originali). Ho strausato pure quelle, ma alle Converse sono sempre tornata. Se avete mai posseduto un paio di Chucks, ve la ricordate la gioia che si prova a vedere che finalmente l’ “odioso candore” della scarpa nuova sparisce nel momento in cui gli subentrano plurimi strati di polvere; quando il colore diventa più pallido e la scarpa si sforma adattandosi al piede… e quando ormai sono inservibili, che fitte al cuore a doversene separare! Patetismi (nel senso etimologico del termine) a parte, ho voluto bene a queste scarpe. Altroché! Dovrei, temo, ritenerle responsabili della mia dipendenza (tutt’ora in corso) da scarpe di tela. Immagino che non imparerò mai a portare delle scarpe con i tacchi, a questo punto. Ah ah ah. Pazienza. Tornando indietro, rifarei tutto allo stesso modo.
*L’illustrazione a capo dell’articolo è di Roy Wright
**Chiamate anche calosce, sono delle specie di sovrascarpe fatte per proteggere i piedi dall’umidità
***Cit. Joe Dean, un ex vice presidente del comparto Promozioni
****In molte testimonianze viene indicato il 1923 come data ufficiale dell’apposizione della firma di Chuck al modello “All Stars”, ma è mio dovere specificare che altri ritengono più verosimile che ciò sia accaduto nei primi anni Trenta.
*****Per esempio, quando cessarono di essere le scarpe da basket per eccellenza, la scritta interna alla linguetta – dove, sotto “Players Name”, ognuno scriveva il suo nome – venne eliminata.

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