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Altarini berici: Joy Records

I giri in centro del sabato pomeriggio, ai tempi delle superiori, erano veri e propri pellegrinaggi, con precisi rituali e soste obbligatorie lungo il percorso.

Uno degli altarini prediletti era Joy Records, storico negozio di dischi di Vicenza (contrà del Quartiere 7), che oggi contrasta la crisi dell’industria musicale offrendo, oltre a cd e dischi in vinile, pregevoli capi d’abbigliamento d’importazione e accessori vari. Il proprietario, che di nome fa Stefano Urru, è quanto di più simile ad un’enciclopedia umana voi possiate reperire nella berica urbe. Grazie a lui, nel corso degli anni, ho scoperto un sacco di bei dischi e alcune delle mie band preferite (in primis The Sound, Antony and the Johnsons e i Low). Gli sono inoltre eternamente grata per avermi venduto la mia prima toppa dei Nirvana, quand’ero solo una sfigatella delle scuole medie.

Quella che segue è un’intervista a Stefano, pensata senza alcun motivo particolare in mente, se non quello di celebrare uno degli spazi simbolo della “Vicenza alternativa”, se così la vogliamo chiamare.

 

joy

 – Come prima cosa, parliamo dei tempi in cui l’industria musicale era moderatamente comprensibile. Chi era lo Stefano che decise di aprire un negozio di dischi e di chiamarlo Joy Records? Perché proprio nelle desolate lande vicentine?

Era un giovane di belle speranze che intendeva dar sfogo alla propria passione insana per la musica. E in parte ci è riuscito. In questi anni non solo ho intessuto molti rapporti con persone delle più varie provenienze socio/culturali e sono riuscito a “promuovere”, nel mio piccolo, musica poco conosciuta, ma ho imparato – e imparo tutt’ora – moltissimo io stesso dagli scambi con le persone. Questo è l’aspetto positivo del lavoro.

L’aspetto negativo è quello commerciale, per il quale non mi sento particolarmente portato. Il nome deriva dai Joy Division, gruppo fondamentale del post-punk inglese, a cui sono molto legato. Il negozio è stato aperto a Vicenza per una coincidenza prettamente personale; dalla zona natia di Belluno, fui in seguito a Padova e quindi a Vicenza, patria della mia consorte. Ero un giovane di belle speranze; ora mi è rimasto solo il di.

– Ma è proprio vero che all’epoca le lande vicentine erano desolate? (Te lo chiedo perché ti considero un osservatore privilegiato, la cui idea di desolazione musical-culturale ben si accorda a quella dei lettori di SR).

Non erano isolate e in parte non sono isolate nemmeno ora. Moltissimi appassionati di musica e moltissimi gruppi sono presenti in zona. Già dai primi anni ’80 il Vicentino era una zona in cui i fermenti musicali erano ben vivi, direi quasi alla pari di Milano, Firenze, Bologna e Pordenone. Basti pensare ai locali quali lo Shindy a Bassano, il Vinile a Rosà, al Kiwi a Mussolente e alle feste al Miralago a Fimon. Anche gruppi quali Plasticost, Frigidaire Tango, in seguito i Da’s Hirth, gli Umano Troppo Umano , i Derozer, i Dufresne, gli Argetti, per citarne solo alcuni, hanno dato e danno lustro alla zona.

– Personalmente sono stata affascinata dal tuo negozio fin dalla più tenera età, anche quando avevo paura di entrare perché il mobilio era interamente nero e mia nonna mi aveva insegnato che era bene diffidare delle persone abbigliate in modo non convenzionale. Hai mai avuto l’impressione che la soglia di Joy Records rappresentasse una sorta un confine sul quale i nuovi imberbi clienti lasciavano le spoglie del “ragazzetto per bene in mocassini” per indossare quelle di “ragazzo in procinto di aderire ad una qualche subcultura”?

Beh, l’aspetto di negozio “sotterraneo” di Joy Records coincide con la mia visione del mondo. In quasi 16 anni di attività, schiere di giovani sono passati dall’infanzia “in mocassini” alla maturità in anfibi o scarpe da ginnastica (o da skate). Naturalmente, non è che l’anfibio o la scarpa da skate di per sé stessi coincidano con la musica alternativa; ci sono moltissime persone dall’aspetto tradizionale che però hanno gusti musicali non di massa, come ci sono moltissimi ragazzi dall’aspetto alternativo che però sono tradizionali o addirittura conformisti negli ascolti e nel modo di essere. Per citare gli Afterhours, “alternativo è tuo papà”.

– Come hai reagito alla crisi dell’industria musicale? Pensi che ci sia un futuro per i negozi di dischi italiani?

Naturalmente, con l’avvento dei masterizzatori prima e dell’mp3 illegale gratuito poi, l’industria musicale ha subito dei colpi micidiali. Molte etichette discografiche negli ultimi anni sono fallite; molte, anche le major, hanno dovuto ridimensionare (ossia licenziare) molto personale. Tanti negozi di dischi hanno chiuso. Inoltre, la crisi economica ha inciso poi pesantemente su tutti i consumi, in primis quelli voluttuari. Il futuro per i negozi di dischi è quindi incerto e imprevedibile, ma suppongo poco roseo.

– La situazione più assurda che ti sia mai capitato di vivere tra le mura di Joy Records?

In quanto negozio di materiale che ha a che fare anche con il collezionismo, la passione che talvolta collima con la monomania, il contatto con le persone le più diverse fa sì che mi sia trovato a contatto anche con casi umani (entro i quali mi pongo io stesso). Consiglio la lettura del bel libro “Alta Fedeltà” di Nick Hornby e la conseguente visione dell’omonimo film, per capire cosa intendo.

– Torno a rivolgermi a te in quanto osservatore privilegiato; secondo te chi sono i giovinetti con lo skate che passano i pomeriggi davanti alla chiesa di S. Lorenzo? Skaitare non era illegale praticamente ovunque?

Il fenomeno dello skateboard è arrivato il Italia (presente negli USA già negli anni 60) a metà degli anni 70, ma ha avuto un’evoluzione massiccia dagli anni 90 in poi, fino a diventare quasi una pratica di massa per moltissimi ragazzini in tutto il mondo e uno sport molto molto praticato, divertente e interessantissimo. Dallo skateboard e dal surf è nato anche lo snowboard, che fra i giovani ha quasi sostituito l’uso degli sci. E’ solo una moda di passaggio per alcuni, ma anche una filosofia di vita per altri, che coincide con la libertà e con la sfida. Lo stazionare in Piazza con lo skate ha sostituito il gioco del pallone sul sagrato delle Chiese. Può avere aspetti positivi, come momento di socializzazione, ma anche negativi, se si limita ad essere un bighellonare senza scopo. Tutto dipende dalle caratteristiche personali.

– Infine, ti chiedo di consigliare qualche bel disco ignoto alle masse ai lettori e alle lettrici di SR.

Ormai di ignoto credo rimanga ben poco visto che, grazie ad Internet, è possibile accostarsi a qualsiasi gruppo e genere musicale in pochi secondi e con poco sforzo. Un tempo, il crearsi una cultura musicale costava fatica e tempi lunghissimi; era quasi fatto di passaparola e derivava da letture di riviste e libri spesso poco reperibili. Ora è tutto più semplice e quindi spesso anche più superficiale.
Per gli anni 60, i misconosciuti olandesi The Outsiders con ”Complete singles ’65-’69”. Per i ’70, “Timewind” di Klaus Schulze. Nel post-punk degli 80s direi “Beat Rhythm News Waddle Ya Play (ora contentuto in “Fanfare in the garden”) degli Essential Logic, la cui sassofonista/cantante militò nella prima formazione del gruppo punk inglese X- Ray Spex. Il jazz avaguardista dei Lounge Lizards (di John Lurie e Arto Lindsay). I rumoristi Test Dept con “the unacceptable face of freedom”. I psichedelici Loop con “Fade out”, di derivazione kraut-rock. Per gli anni ’90, gli alfieri del noise-blues Unsane con “scattered smothered and covered”. Amon Tobin in “Bricolage”, con la sua drum’n’bass jazzata/funk. Gli elettronici Venetian Snares per gli anni 2000 con “Rossz Csillag Alatt Született”. Notevole, la collaborazione di Blixa Bargeld (ex Einsturzende Nubauten) con Alva Noto, nel CD ANBB “Mimikry”. Se vuoi, continuo per ore. Vedi, i casi umani…


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  1. pixelrust

    3 marzo

    da Joy Records non ho mai preso un disco che poi non abbia continuato ad ascoltare.

    GRAZIE JOY.

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