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Alla ricerca del pop sbarazzino: un’intervis...

Alla ricerca del pop sbarazzino: un’intervista alle Gretels

Perché mentire? Il pop ci piace, e molto anche. Dietro alla facciata da ascoltatrici di musica “complicata”, ci riveliamo amanti di pezzi immediati, ben calibrati e leggeri. A corrispondere a questa caratteristica è il lavoro di cinque ragazze di Cantù che si fanno chiamare Gretels e che hanno all’attivo un ep di pezzi in inglese, che potete ascoltare qui. Quella che segue è un’intervista nella quale abbiamo chiesto che ci raccontassero qualcosa dei loro esordi, del loro stile e dei loro progetti per il futuro.

– Dunque, Gretels,  come prima cosa raccontateci qualcosa sulla genesi del vostro progetto. Come vi siete conosciute? Come è nata l’idea di suonare insieme?

Ci conosciamo da molti anni , ma non ci era mai venuto in mente di formare un gruppo, finchè un sera un nostro amico, un po’ per scherzo, se ne è uscito con “Ma perché non fate un gruppo solo di ragazze?”. Noi all’inizio ci siamo fatte una risata, ma poi abbiamo pensato che non era affatto una cattiva idea. Qualcuna di noi aveva già preso delle lezioni di musica, così abbiamo passato l’estate del 2009 a suonare e studiare per conto nostro, e nel settembre del 2009 ci siamo ritrovate in sala prove, con delle conoscenze musicali un po’ più solide e tanta voglia di fare.

– Il vostro è un pop decisamente sbarazzino, anche se ho colto delle venature aspre nei testi delle canzoni che compongono il vostro ep. Come nascono le vostre canzoni? Da cosa prendete ispirazione?

Nella composizione dei nostri brani siamo molto istintive, sia per quanto riguarda la parte strumentale sia per quanto riguarda i testi. La musica molto spesso nasce da un riff di chitarra o di tastiera, da un giro di basso o da una semplice linea vocale. Arriviamo in sala prove con le nostre idee, le condividiamo con le altre e ci lavoriamo sopra insieme, ognuna contribuendo in modo significativo. È difficile che un brano venga proposto già fatto e finito. Per quanto riguarda i testi, molti nascono da esperienze che abbiamo realmente vissuto e che ci accomunano: Smokey Eyes, ad esempio, parla di una serata di provincia che si conclude in modo disastroso, mentre We Are Girls, una delle nostre ultime canzoni, parla dei pregiudizi che riguardano le ragazze che suonano. In generale cerchiamo di essere autoironiche anche nei testi, e di non prenderci troppo sul serio!

– I pezzi che ho ascoltato mi hanno fatto venire in mente, ovviamente, gli anni ’80 fermatisi nell’immaginario collettivo (ah, il synth!), ma anche diverse band contemporanee in cui militano parecchie donne (Vivian Girls, Dum Dum Dum Girls…) che, spesso con qualche distorsione in più rispetto a voi, sembrano recuperare l’apparente spensieratezza dei girl groups degli anni ’60. Quali sono le vostre influenze? E i vostri modelli, se ne avete?

Non abbiamo dei veri e propri modelli. Diciamo che il nostro sound nasce da specifiche necessità: all’inizio non sapevamo suonare, e quindi ci siamo subito orientate verso canzoni semplici e spontanee, che possono avere qualche legame con il punk dei Ramones e dei Queers (non a caso, nei nostri concerti, abbiamo in scaletta No Tits, uno dei brani più belli dei Queers, ma suoniamo anche Orrore della Kandeggina Gang!). Allo stesso tempo, proprio perché siamo inclini a melodie orecchiabili e di facile ascolto, di certo non rimaniamo indifferenti ai brani catchy e allegri delle all girl band anni Sessanta, come le Ronettes: Baby I Love You, infatti, è un altro brano che potete sentire ai nostri concerti!

– Ho visto sulla vostra pagina di Facebook che suonate abbastanza spesso in giro. Come vi preparate ai concerti? Qual è il posto più bello in cui avete suonato?

Nella settimana prima del concerto cerchiamo di intensificare le prove, scegliendo la scaletta più adatta e magari preparando una cover. Diciamo che per stemperare la tensione nei giorni immediatamente prima dell’esibizione ci concentriamo di più su quali vestiti mettere, in fondo siamo pur sempre delle ragazze! Il concerto che ci è rimasto di più nel cuore è stato quello del 2 agosto al Magnolia, a Milano. Era la prima volta che suonavamo nel milanese, fuori dalla nostra zona (noi siamo di Cantù, vicino a Como), ed era la prima volta che ci trovavamo di fronte a un pubblico numeroso che non aveva mai sentito parlare di noi (mentre nei concerti precedenti la maggior parte del pubblico era composto da nostri amici). È stata una sfida e una prova importante, che siamo riuscite a superare.

– Io sono di Vicenza, dove non ci sono molte band in cui militino delle donne. A parte un paio di gruppi che sono in circolazione da diversi anni e che hanno una buona fanbase, gli altri sono una minoranza. Dalle vostre parti com’è la situazione su questo fronte? Vi è mai capitato di essere state trattate male perché siete musiciste donne?

A Cantù ci sono un sacco di gruppi, e negli ultimi anni si sono fatti strada anche alcuni gruppi femminili molto validi, come ad esempio Martin The Villain, Meme, Rockaway Peaches, Marshmellow Pies, senza considerare poi altri gruppi a prevalenza maschili dove ci sono però anche delle ragazze. Bisogna però sottolineare che, rispetto al gran numero di gruppi maschili, i gruppi solo di ragazze rimangono ancora pochi. Ma le cose, almeno nella nostra zona, stanno cambiando, o almeno speriamo. Non siamo mai state trattate male, ma sicuramente a volte c’è scetticismo e anche sarcasmo. Purtroppo abbiamo ricevuto dei commenti piuttosto duri da parte di qualche musicista donna. Questo ci ha ferito molto, perché per fare sì che le musiciste donne si impongano è necessario fare fronte comune, e non attaccarsi a vicenda.

– Ascoltando la copia digitale dell’ep che mi avete mandato non ho potuto fare a meno di ridacchiare su un paio di versi del testo di Oh Yeah. Mi potete raccontare come è finita la frase “You are my communist, you are my Berlusconi” all’interno di un testo altrimenti privo di riferimenti alla politica del nostro Paese?

Quel testo è stato scritto per la maggior parte da Emil, un cantautore che è anche un nostro caro amico. L’idea di inserire quella frase è stata sua! Noi lo abbiamo appoggiato in pieno perché ci piaceva che quella canzone avesse un testo nonsense. In realtà nel brano ci sono dei riferimenti velati alla politica: premettendo che lo abbiamo scritto prima di Ruby Rubacuori e del Bunga Bunga, abbiamo usato la parola “party” per indicare ambiguamente sia la festa che il partito. Pensavamo di scrivere un testo senza senso, e invece…

 – Infine: quali sono i vostri progetti per il futuro? A cosa state lavorando?

Abbiamo appena finito di registrare il nostro unico brano in italiano, La Freesta, che vogliamo finire di mixare entro Natale come regalo ai fan! Da qui a gennaio abbiamo in programma un po’ di concerti, ma vogliamo un po’ rallentare perché abbiamo bisogno di concentrarci sulla stesura e sugli arrangiamenti di alcuni brani, in previsione di un disco che vorremmo registrare l’anno prossimo. Per il resto, è appena stata stampata la ristampa del nostro primo ep, che si può trovare solo ai nostri concerti.


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