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A walk on the WILD side – Commento al film d...

A walk on the WILD side – Commento al film di Spike Jonze sulle "Creature Selvagge"

C’erano dei palazzi, certi altissimi palazzi e camminavano. Poi c’erano dei vampiri, e uno di quei vampiri morse il palazzo più alto, e le zanne si spezzarono. Gli caddero anche tutti gli altri denti. E allora cominciò a piangere, e allora tutti gli altri vampiri dissero: “Perché stai piangendo? Non sono denti da latte i tuoi?”. Lui disse: “No, sono i miei denti da adulto”. I vampiri capirono che lui non sarebbe più stato un vampiro e lo abbandonarono. Fine.

Una storia che Max racconta a sua madre


Maurice Bernard Sendak scrive e illustra Nel paese dei mostri selvaggi (Where the wild things are) nel 1963. Ha superato i trent’anni ed ha già pubblicato qualche altro libro per l’infanzia prima di questo, ma è Wild things che lo consacra al grande pubblico. L’anno successivo vince il Caldecott Medal, premio che l’ALSC , Associazione per i servizi bibliotecari per l’infanzia, assegna annualmente agli illustratori americani che si sono maggiormente distinti quell’anno con un lavoro per bambini. A questo seguirono altri premi prestigiosi come il Premio Hans Christian Andersen e il National Book Award.

In Italia è uscito nel 1981, per Einaudi. Dagli anni Novanta invece viene pubblicato dalla casa editrice milanese Babalibri. Traduce dall’inglese Antonio Pota.

Wild things, come molti altri libri per bambini, è un libro di poche pagine. Una quarantina. Le frasi che compongono la storia sono circa quindici, il resto tavole illustrate.
La storia racconta di Max, un bambino piuttosto vivace che un giorno litiga con la madre e, mandato a letto senza cena, inizia ad immaginare la propria stanza come un bosco fitto di alberi e rami che arrivano fino al soffitto, un mare e una barchetta per navigarlo. In un viaggio che dura giorni, mesi, anni, Max approda al paese dei mostri selvaggi. Queste strane creature lo accolgono mostrando i denti e gli artigli ed emettendo suoni spaventosi, ma falliscono nel tentativo di spaventarlo: guardandoli fisso negli occhi, infatti, Max li calma. In seguito diviene loro Re e ordina di dare il via alla “ridda selvaggia”.

Nel 2009 è uscito l’adattamento cinematografico del libro (col titolo, leggermente modificato, Nel paese delle creature selvagge), diretto da Spike Jonze e da lui sceneggiato assieme a Dave Eggers (fondatore della casa editrice McSweeney’s, per chi se ne intende). Max è interpretato dal giovane Max Records, e la sublime colonna sonora è firmata da Karen O (frontwoman degli Yeah Yeah Yeahs, accreditata qui con il nome di “Karen O and The Kids”) e Carter Burwell. Le canzoni sono tutte inedite, fatta eccezione per Worried Shoes, cover di Daniel Johnston.

Da un’opera così breve, un film di 101 minuti. Inevitabile ampliare la trama e introdurre qualche personaggio collaterale. Così nel film vediamo che Max ha una sorella adolescente, che sua madre ha un’ “amico” speciale, che fuori da casa sua c’è la neve, che per raggiungere il luogo in cui vivono le creature selvagge bisogna percorrere un bel pezzo di isolato, ruzzolare in un boschetto e, di lì, mettersi per mare. Jonze ed Eggers ci regalano uno dei personaggi cinematografici più commoventi degli ultimi anni. Max Records (che ora ha 14 anni), nei panni del bambino che si allontana dalla realtà familiare per trovare un proprio spazio in una dimensione fantastica, si rivela attore assai talentuoso, in grado di tenere testa ad adulti più navigati come Catherine Keener (la madre) o Mark Ruffalo (l’ “amico” della madre).
Una delle modifiche più evidenti, tra quelle presenti nel film, è che le Creature Selvagge ora hanno un nome, una personalità, dei sentimenti: il capobranco è Carol; il suo migliore amico, il pennuto, è Douglas; KK (nella versione inglese KW), la sua compagna; Ira (letto “Aira”) il nasone e Judith quella “pesante”; infine Alexander, il caprone.
Quando Max incontra queste Creature, rischia di finire mangiato come una qualsiasi presenza estranea alla loro comunità. Tuttavia, inventando su due piedi una scusa (“Fermi! Non potete mangiarmi! Io ho poteri di un’altra terra, dei tempi antichi! Non fatemeli usare! Li ho usati con i vichinghi, una volta (…); li ho conquistati, gli ho fatto esplodere la testa!”) riesce ad ammansirle e a diventare loro Re.
Diventa Re perché, guardando tutte loro negli occhi, assicura di essere in grado di tenere lontane solitudine e tristezza e poter prendersi cura di loro. E le “Creature Selvagge” non chiedono altro.

Scatena “il putiferio”, diventa loro amico, avvia i lavori di costruzione di un forte (“Un po’ un castello, un po’ forte, un po’ montagna e un po’ nave!”): da Re, Max fa del suo meglio per tenere unito il gruppo, che al suo arrivo sembrava sul punto di sfaldarsi, e sotto il suo regno le Creature tornano a collaborare, a divertirsi insieme, a essere felici, semplicemente. E Max lega molto con Carol, forse perché ritrova molto di sé nella sua voglia di distruzione (prima) e nel suo insistente bisogno di rassicurazioni (dopo). In un momento di intimità tra i due, ritorna la metafora dei denti, della loro caduta come della sensazione di perdita di un qualcosa di importante; la stessa metafora su cui Max aveva costruito una storiella raccontata alla madre (v. citazione inizio articolo). Il bambino e la grossa creatura, entrambi selvaggi dal di fuori, ma dentro atterriti all’idea di rimanere soli.
Ad un certo punto, però, qualcosa si rompe. L’armonia del gruppo viene meno, ed è Carol a scatenare la rottura, anche se pure Judith aveva poco prima dimostrato la sua ostilità al Re con commenti sprezzanti. Carol è geloso dei nuovi amici di KK (un paio di gufi chiamati Bob e Terry). Judith è gelosa del rapporto tra il Re e Carol. Max da parte sua cerca di mediare, di far contenti tutti, di non disperdere la serenità raggiunta fino a quel momento. Inventa un gioco (la guerra con le zolle di terra), che all’inizio sembra funzionare e divertire tutti, ma poi diventa solo un ulteriore pretesto per malumori, ripicche e scenate. Tra Carol e KK, soprattutto. Tra i due il rapporto è compromesso già da tempo e anche se Max era riuscito a farli riavvicinare per un po’, l’egoismo e la testardaggine di Carol l’ hanno inesorabilmente condotto al capolinea.
Essere Re non è facile. Specialmente se non si è in possesso degli speciali poteri magici millantati all’inizio di quest’ avventura. Essere Re, nel paese delle Creature Selvagge, significa essere Dio: essere adorati e coccolati garantendo, in cambio, una realtà di benessere materiale e spirituale a tutti quanti. Le Creature, Carol soprattutto, credono fortemente nella figura del Re; sperano che essa possa rimediare a tutti i loro errori, emendarli. È una mentalità di comodo, specialmente per il capobranco: da parte sua non c’è il minimo sforzo di far funzionare le cose all’interno della comunità; ci sono, al contrario, frequenti lamentele ed accessi di rabbia. E al Re è affidato il compito di riportare la situazione alla normalità, qualunque cosa accada.
E Max non è un Re: “È solo un bambino, che finge di essere un lupo, che finge di essere un Re”, osserva realistico Douglas nella parte finale del film. La colpa di Max è di averli illusi; pensava di poter gestire un potere del genere, ma si è imbattuto in un qualcosa più grande di lui.

Tuttavia non tutto è perduto. “Cosa sei allora?” domanda Carol a Max, in un momento di tregua; “Sono Max”, risponde il protagonista dopo una piccola pausa di riflessione. È un momento importante,di realizzazione di sé e comprensione dei propri limiti. Max, Max il bambino che sente la mancanza del padre eche soffre dell’indifferenza della sorella ed è geloso del compagno della madre; Max il bambino che per attirare l’attenzione gioca la carta della scenata, e si traveste da lupo; Max il bambino che a scuola impara che il sole morirà, che la palla di fuoco che ci dà calore, che rende la vita possibile, è destinata a morire. Il paragone con il genitore “che non sarà sempre qui a tenerci caldi” non è poi così ardito, a mio parere.

Max e Carol reagiscono in modo molto simile di fronte ai cambiamenti e alle inaspettate novità. Max, che non aveva mai avuto modo di riflettere sul suo comportamento a casa, quando rivede se stesso nelle sfuriate di Carol, fa un esame di coscienza. Il “tu non ti controlli!” che gli diceva la madre per rimproverarlo, esce dalle sue stesse labbra in un momento di confronto col capo delle Creature Selvagge. Non è facile essere una famiglia,e a Max è servito quest’incredibile viaggio per capirlo.
Dunque è giunto il momento di tornare a casa. E quando tutti sono sulla spiaggia a salutarlo, mentre si imbarca e abbraccia KK (la Creatura più comprensiva del gruppo, una sorta di Wild Mother per il piccolo Re), quando sta iniziando ad allontanarsi in acqua, arriva Carol, con le lacrime agli occhi, che ulula fortissimo in quello che vorrebbe essere uno sfogo di tristezza per l’addio e un “mea culpa” per tutto quello è successo.
Se non è una scena toccante questa, io non so cos’altro possa esserlo. Mi commuove ogni volta.
Nel paese dei mostri selvaggi è un libro per bambini. Gli esperti ne consigliano la lettura a partire dai 4 anni. Ma Nel paese delle creature selvagge può essere visto dagli stessi bambini, o è più un film per adulti, magari per genitori? È probabile che le Creature Selvagge spaventino i più piccoli: non sono azzurrine, verdi, gialle o color pastello; non mangiano miele, non portano magliette o qualcosa che li renda più familiari e meno bestiali; non cantano canzoni. Al contrario sono grosse e pelose, hanno degli artigli affilatissimi, lottano tra loro, si strappano le braccia e si tirano massi addosso. I loro sentimenti non sono le passioni preconfezionate cui ci hanno abituato i film per ragazzi che vedevamo anni fa; queste Creature vivono le loro emozioni al livello più estremo: la loro gioia più essere smisurata, quanto il loro dolore lancinante. E a volte non è che uno scambio di sguardi a comunicarcelo. Jonze non ha mai detto di voler fare un film per bambini, infatti. I toni del film sono cupi, fortemente drammatici, sebbene qui e là inframmezzati da alcuni scambi di battute più leggeri (per quanto selvagge, anche alle Creature talvolta piace concedersi una risata!). Spike Jonze fa questo genere di film, non è una sorpresa; è semmai incredibile come sia riuscito (ed Eggers con lui) a riportare sul grande schermo in modo originale e profondamente toccante la storia di Max e del suo disagio, del suo senso di inadeguatezza, della sua scoperta della differenza tra giusto e sbagliato, della sua crescita. Una storia universale, in cui molti si riconosceranno, su cui molti rifletteranno e discuteranno. Sendak, che per Jonze era stato un mito, quando vide il film disse di non aver mai visto una pellicola che facesse provare queste sensazioni, ed ammise di essersi emozionato moltissimo nel guardarla.
Probabilmente non lo farei vedere ad un bambino di 4 anni. E nemmeno ad uno di 5 o 6. Per quell’età gli leggerei il libro, senza dubbio, in continuazione. Nel frattempo però potrebbero guardare il film i loro genitori.
Qui sotto: “All is love”, dalla colonna sonora del film (e un video con varie scene dello stesso)

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  1. Caterina Bonetti

    21 Settembre

    Ho letto il libro e l’ho amato moltissimo. Il film me lo sono persa ma dopo questo pezzo urge la visione!

  2. […] de Le Vergini Suicide a quelli più frivoli di Maria Antonietta, passando per quelli onirici di Where The Wild Things Are. Segnalo anche le foto della camera di Annie, ‘ché suggerisce altre idee più o meno […]

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